«Voglio l’auto più costosa che avete.»
Riconobbi la voce di Natalia prima ancora di voltarmi. Stavo passando un panno blu sul cofano di una Rolls-Royce nera, nello showroom di Milano, quando la mia fidanzata entrò accompagnata da sua madre, Lorena.
Natalia avanzava con un sorriso impaziente. Poi mi vide accanto all’auto e si fermò di colpo.
«Andrea? Tu?»
Guardò il panno nella mia mano, la carrozzeria lucida e di nuovo me. Il sorriso scomparve.
«Aspetta. Tu pulisci le macchine qui?»
«Sto lavorando», risposi.
Sua madre mi squadrò senza nascondere il disappunto. Lorena incrociò le braccia e parlò abbastanza forte da farsi sentire dai clienti poco distanti.
«Che figura. Il futuro marito di mia figlia fa il lavamacchine.»
Appoggiai il panno sul cofano. Non ero abituato a provare vergogna per quel gesto; mi vergognavo, piuttosto, di essere stato così cieco nei confronti delle persone che avevo davanti.
Natalia sapeva che lavoravo per il Gruppo Ferri. Ne avevamo parlato più volte. Non le avevo mai spiegato quale fosse esattamente il mio ruolo, perché non volevo che il denaro di famiglia decidesse il valore della nostra relazione. Evidentemente aveva immaginato un normale impiego dietro una scrivania. Non le era passato per la mente che potessi trovarmi a pulire un’auto.
«Non guardarmi così», disse, come se l’avessi messa io in imbarazzo. «Mi hai lasciato credere che avessi un lavoro rispettabile.»
«E questo non lo sarebbe?»
Lei lanciò un’occhiata alle persone che stavano osservando la scena. Il rossore le salì sulle guance, ma non per il modo in cui mi aveva trattato.
«Io non sposerò mai un uomo che lava le macchine!»
Lorena annuì, soddisfatta di aver trovato un alleato nella figlia.
«Una famiglia come la nostra non può accettare una cosa simile. Ti manca proprio la classe, Andrea.»
Avrei potuto rispondere con una sola frase e chiudere quella conversazione. Invece rimasi in silenzio. Perché, mentre le ascoltavo, pensavo a mio padre.
Aveva iniziato a diciassette anni lavando automobili. Non possedeva un garage, un ufficio o una bella giacca. Aveva soltanto due mani, la voglia di imparare e la convinzione che nessun mestiere onesto rendesse una persona inferiore alle altre.
Con il tempo aveva trasformato una piccola officina nella prima concessionaria. E da quella ne erano nate altre, fino a quarantatré. Non parlava mai di quei numeri senza ricordare gli uomini e le donne che avevano pulito pavimenti, accolto clienti, riparato motori e guidato vetture insieme a lui.
Dopo la sua morte avevo assunto la guida dell’azienda. E avevo mantenuto una regola alla quale teneva più di qualsiasi discorso motivazionale: ogni dirigente del gruppo doveva trascorrere una settimana all’anno a fianco di chi svolgeva il lavoro quotidiano nelle concessionarie. Non per una fotografia. Per capire davvero.
Quella mattina, uno degli addetti alle pulizie aveva dovuto andare via all’improvviso: sua moglie stava per partorire. Io ero lì e avevo preso il suo posto. Non c’era stato niente di eroico. C’era una macchina da preparare, e l’avevo fatto.
Natalia non sapeva tutto questo. Ma conosceva me, o almeno così avevo creduto. Mi aveva sentito parlare di mio padre e del rispetto che gli portavo. Non mi aveva mai chiesto come fosse nato il gruppo. Ora stava dimostrando che, per lei, quel lavoro valeva meno di una persona.
«Hai finito?» le domandai piano.
«Ho finito eccome. Non puoi pretendere che io ti presenti ai miei amici in queste condizioni.»
Prima che potessi rispondere, il direttore della concessionaria attraversò lo showroom a passo rapido. Il signor Bianchi aveva l’espressione concentrata di chi stava cercando qualcuno da diversi minuti.
«Signor Ferri, mi scusi. I clienti VIP la stanno aspettando nella sala riservata.»
Natalia si voltò verso di lui.
«Signor Ferri?» ripeté. «Perché lo chiama così?»
Bianchi guardò prima lei, poi me. Non sembrava capire la domanda.
«Perché il signor Ferri è il proprietario di questa concessionaria.»
Le braccia di Lorena scesero lentamente lungo i fianchi. Natalia aprì la bocca, ma per un istante non uscì alcun suono. I clienti, che prima avevano osservato la nostra discussione con discrezione, ora aspettavano la sua risposta.
«Andrea…» La sua voce era cambiata. «Amore, io non sapevo chi fossi davvero.»
Ripresi il panno blu.
«Sapevi benissimo chi ero. Non sapevi soltanto che cosa possedevo.»
Non alzai la voce. E non aggiunsi altro. Quelle parole bastavano a spiegare la differenza tra noi meglio di qualunque cifra su un bilancio.
Fu allora che Bianchi mi porse una cartellina nera.
«Questa è la documentazione per la Rolls-Royce», disse.
La aprii. In cima c’era una richiesta d’acquisto. Lessi il nome dell’acquirente: Natalia. Poco più sotto, nello spazio riservato al garante finanziario, trovai il mio nome completo.
Andrea Ferri.
Rimasi immobile. Accanto al nome compariva una firma tracciata con una precisione inquietante. Le lettere, l’inclinazione, perfino il modo in cui l’ultima linea si allungava sulla carta: sembrava proprio la mia.
Ma io non avevo firmato quel documento.













