Quella sera mio marito preparò la cena e, pochi minuti dopo aver mangiato, io e mio figlio cademmo sul pavimento della cucina.
Rimasi immobile, con la guancia contro le piastrelle gelide, mentre dalla stanza accanto sentivo Daniel parlare al telefono.
«È fatto. Tra poco non ci saranno più tutti e due.»
Avevo creduto di conoscere quell’uomo per sedici anni.
In quel momento capii che non sapevo neppure se sarei riuscita a vedere l’alba.
Mi chiamo Elisa, vivo vicino a Modena e mio figlio Noah aveva quattordici anni quando tutto accadde.
Daniel era sempre stato quello che sapeva aggiustare un rubinetto, ricordava le date importanti e controllava due volte che le porte fossero chiuse.
Quella sera aveva insistito per cucinare lui.
Aveva detto che avevo lavorato troppo e che Noah meritava una cena tranquilla prima della verifica di matematica.
Ricordo il profumo del pollo al forno, la tovaglia a quadri e il piatto blu su cui lasciai qualche boccone.
Ricordo anche un sapore strano, appena percettibile, che attribuii alle erbe aromatiche.
Dopo pochi minuti la stanza cominciò a inclinarsi.
Mi aggrappai al bordo del tavolo e vidi Noah afflosciarsi accanto alla sedia.
Non riuscii a raggiungerlo.
Le ginocchia mi cedettero e il pavimento mi colpì il viso.
Non so per quanto tempo rimasi confusa.
Quando tornai abbastanza lucida da distinguere i rumori, non riuscivo ancora ad alzarmi senza tremare.
Daniel camminava nello studio e parlava a voce bassa.
«Dopo stanotte non saranno più un problema», disse chiaramente.
Mi mancò il respiro.
Non sapevo che cosa avesse messo nel cibo, né se stesse cercando di ucciderci.
Ma il suo tono non era quello di un uomo che aveva appena trovato la moglie e il figlio privi di sensi.
Era il tono di qualcuno che aspettava il risultato di un piano.
I passi tornarono verso la cucina.
Chiusi gli occhi e lasciai le braccia abbandonate.
Daniel si fermò sopra di me.
Sentii le sue dita stringermi il polso, contare i battiti, poi posarmi la mano sul pavimento con una cura che mi fece ancora più paura.
Si spostò verso Noah.
«Così sarà più facile per tutti», gli sussurrò.
Una parte di me voleva urlargli di non toccare nostro figlio.
Un’altra, più fredda, capì che muovermi avrebbe significato consegnargli anche l’ultima possibilità di difenderlo.
Rimasi ferma.
Daniel raccolse qualcosa dal tavolo e attraversò il corridoio.
Poco dopo sentii chiudersi la porta del garage.
Aprii gli occhi.
Noah mi stava già guardando.
Aveva le labbra pallide e una lacrima sulla tempia.
Sollevai un dito davanti alla bocca.
«Non muoverti ancora», bisbigliai.
«I telefoni», rispose appena.
Il mio cellulare non era nella tasca dei pantaloni.
Il suo non era accanto allo zaino, dove l’avevo visto prima di cena.
Daniel li aveva portati via.
Avrei voluto chiedere a Noah se avesse sentito quelle parole, ma non potevo permettermi una conversazione.
Dovevo trovare un modo di chiedere aiuto.
Vidi il mio piatto blu ancora sul tavolo.
C’erano rimasti alcuni pezzi di pollo e patate.
Non avevo idea se potessero dimostrare qualcosa; sapevo soltanto che, se Daniel avesse ripulito la cucina, non avremmo avuto niente da mostrare.
Mi trascinai fino al congelatore, presi un sacchetto pulito e vi raccolsi con il bordo del piatto una parte della cena.
Noah, tremando, tenne aperto il cassetto.
Chiusi il sacchetto e lo nascosi dietro una confezione di piselli surgelati.
Rimisi il piatto dove si trovava.
O quasi.
Le mani mi scuotevano tanto che non capivo più se l’avessi spostato di qualche centimetro.
Poi ricordai il telefono fisso.
Daniel diceva da anni che era inutile pagare per quella linea, ma non avevamo mai disdetto il servizio.
L’apparecchio, con il filo arrotolato, era nel mobile stretto accanto alla dispensa, dietro vecchi menu da asporto.
Sollevai la cornetta.
Sentii il segnale libero.
Composi il 112.
Dissi prima l’indirizzo, poi spiegai che io e mio figlio eravamo crollati dopo la stessa cena e che mio marito aveva parlato come se si aspettasse la nostra morte.
L’operatrice mi fece ripetere il nome della via e mi chiese se Daniel fosse ancora in casa.
«Credo sia fuori», sussurrai. «Ma non so se se ne sia andato davvero.»
Noah si trascinò fino alla finestra e sollevò un angolo della tenda.
Si voltò e scosse la testa.
Nessuna macchina in movimento.
Nessun segno di Daniel.
«I soccorsi stanno arrivando», disse l’operatrice.
Avrei voluto restare in linea, ma il telefono era fissato al mobile e Noah aveva bisogno del mio aiuto per alzarsi.
Dissi all’operatrice che avremmo cercato di raggiungere l’uscita sul retro, poi riagganciai, pregando che la chiamata fosse stata sufficiente.
Noah indicò la porta posteriore.
Prima recuperai il sacchetto dal congelatore e me lo infilai sotto la maglia, fermandolo all’elastico dei pantaloni.
Poi sostenni Noah finché riuscì a mettersi in piedi.
Le ginocchia gli cedettero una volta e lo strinsi contro il frigorifero.
Attraversammo la cucina appoggiandoci al piano di lavoro.
Aprii la serratura della porta posteriore.
All’improvviso, due fari passarono sulle tende.
Rinchiusi il chiavistello e tirai Noah lontano dalla finestra.
«A terra», gli dissi.
Si distese accanto alla sedia, ripiegando il braccio nella posizione di prima.
Io tornai sulle piastrelle e chiusi gli occhi.
Un’auto si fermò fuori.
Una portiera sbatté.
Le chiavi raschiarono nella serratura.
La porta sul retro si aprì.
Daniel entrò in cucina.
Per scoprire che cosa accadde quando Daniel tornò in cucina prima dell’arrivo dei soccorsi, continua con la Parte 2.













