A sessantaquattro anni sposai un uomo che ne aveva trentuno.
Sei mesi dopo, mentre lo guardavo versare qualcosa di nascosto nella mia tisana, capii che la domanda non era più perché mi avesse sposata, ma che cosa mi stesse facendo ogni sera.
Mi chiamo Margherita Rinaldi e per trentasei anni ho insegnato italiano in una scuola media di Monza.
Quando andai in pensione, credevo che la parte più imprevedibile della mia vita fosse terminata.
Avevo un appartamento piccolo, qualche pianta sul balcone e una pensione sufficiente per vivere senza lussi.
Non ero una donna ricca, né avevo mai finto di esserlo.
Poi incontrai Daniele Ferri.
Aveva trentuno anni, una società tutta sua, una villa luminosa in Brianza e una sicurezza che mi metteva a disagio quanto mi affascinava.
Ci conoscemmo a una raccolta di libri per una biblioteca di quartiere.
Lui rimase dopo la cerimonia ad aiutare a spostare gli scatoloni.
Io gli dissi che non doveva fare tutto da solo.
«È una frase che mi ripeteva sempre la mia insegnante preferita», rispose.
Cominciammo a parlare di romanzi, di città in cui non eravamo mai stati, di cose che si rimandano perché sembra di avere tutto il tempo del mondo.
Non mi chiese mai quanti soldi avessi.
Non mi trattò come una donna da compatire.
Quando mi invitò a cena, risi pensando a uno scherzo.
Lui non rise affatto.
«Vorrei conoscerti meglio, Margherita.»
Mia sorella Teresa fu la prima a mettermi in guardia.
«Ha trentatré anni meno di te.
Non ti sembra che ci sia qualcosa che non torna?»
Anche i miei nipoti provarono a dissuadermi.
Dicevano che un uomo tanto giovane e benestante non poteva cercare davvero una moglie della mia età.
Io ascoltai tutti, poi feci quello che per gran parte della vita avevo avuto paura di fare: mi fidai del mio cuore.
Ci sposammo in municipio, con pochi invitati e un pranzo tranquillo.
Daniele mi strinse la mano durante tutta la cerimonia.
Quando tornai a casa con la fede al dito, mi sembrò di aver ricevuto una seconda occasione.
All’inizio era premuroso fino all’eccesso.
La mattina mi portava il caffè, comprava fiori senza aspettare ricorrenze e insisteva per portare lui le borse della spesa.
Se tossivo, mi chiedeva se avessi freddo.
Se mi stancavo durante una passeggiata, cercava subito una panchina.
«Non voglio che tu debba preoccuparti di niente», ripeteva.
Io scambiavo quella frase per una promessa d’amore.
Oggi so quanto può essere pericoloso non chiedersi che cosa significhi, per qualcuno, decidere tutto al nostro posto.
Dopo circa sei mesi di matrimonio, notai una nuova abitudine.
Ogni sera Daniele preparava personalmente la mia bevanda calda preferita, una tisana al finocchio con una fettina di limone.
Non lasciava che fossi io a versare l’acqua.
La portava in salotto su un piccolo vassoio, aspettando che la prendessi.
«Bevila tutta, tesoro.
Vedrai che ti sentirai meglio.»
A volte restava seduto di fronte a me fino all’ultimo sorso.
Se posavo la tazza sul tavolino, indicava con un sorriso il fondo ancora pieno.
Diceva che il calore mi avrebbe aiutata a dormire.
Non sapevo spiegare perché quella premura, un tempo dolce, avesse cominciato a pesarmi.
Nelle settimane successive, mi svegliavo sempre più stanca.
Le gambe sembravano di cotone e qualche mattina dovevo reggermi al lavandino per non cadere.
Una volta non sentii neppure la sveglia che suonò a lungo accanto al letto.
Daniele attribuì tutto all’età e al cambio di stagione.
«Hai bisogno soltanto di riposare», disse.
Gli credetti, benché non mi riconoscessi in quella donna confusa che dimenticava dove aveva lasciato gli occhiali.
Avevo sempre avuto una memoria precisa.
Ricordavo ancora le poesie recitate dagli alunni vent’anni prima.
Adesso faticavo a ricordare cosa avessi fatto dopo cena.
Una sera rientrai in cucina per prendere il libro che avevo lasciato vicino alla finestra.
Daniele era di spalle, davanti alla tazza.
Lo vidi inclinare un piccolo flacone scuro e lasciar cadere alcune gocce nel liquido.
Appena si accorse di me, infilò il flacone nella tasca dei pantaloni.
«Che cosa ci hai messo?»
Si voltò con un sorriso troppo rapido.
«Niente di particolare.
Solo un aroma speciale.»
Le sue mani, però, tremavano.
Non aggiunsi altro.
Presi la tazza, aspettai che uscisse e ne bevvi soltanto un sorso, abbastanza per non destare sospetti.
Quella notte la nausea e il capogiro mi accompagnarono fino a letto.
Mi svegliai nel buio e lo vidi accanto al comodino, con il telefono vicino alla bocca.
Parlava sottovoce, convinto che stessi dormendo.
«Sì, continuo a farlo.
Ma il tempo sta finendo.
Se andiamo avanti così, potremmo perderla.»
Rimasi immobile, con gli occhi chiusi.
Non sapevo con chi stesse parlando, né che cosa significasse perdere me.
Sapevo solo che non potevo più fidarmi delle spiegazioni di Daniele.
La sera seguente, quando lui si allontanò dalla cucina, versai la tisana in un piccolo contenitore pulito e nascosi il campione nella borsa.
Lasciai la tazza vuota sul tavolo, come facevo sempre.
Il mattino dopo, appena Daniele uscì per andare in ufficio, raggiunsi un laboratorio privato di Milano.
Consegnai il campione e chiesi un’analisi, senza riuscire a pronunciare la parola che avevo in mente: veleno.
Due giorni dopo, una segretaria mi telefonò.
«Signora Rinaldi, il dottore deve vederla immediatamente.»
Nello studio, il dottore esaminò il referto una seconda volta.
Impallidì, si alzò e chiuse la porta.
«Signora, suo marito sa che lei è qui?»
«No», sussurrai.
«Mi dica la verità.
Sta cercando di uccidermi?»
Il dottore mi fissò a lungo, senza rispondere.
Che cosa nascondeva il referto che il medico esitava a mostrarmi? Scoprilo nella Parte 2.













