Il primo impulso fu raggiungere la porta della cantina e girare la maniglia.
Poi guardai mia madre.
Aveva le labbra bianche e teneva Leo così stretto che il bambino le accarezzò il braccio, preoccupato.
Non avrei permesso che quella sera diventasse un’altra scena di paura per loro.
«Venite dentro», dissi.
Marco avanzò verso l’ingresso, ma io rimasi sulla soglia.
«I bambini sono con me, Daniela. Non puoi escludermi dalla loro vita.»
«Non sto decidendo nulla per sempre. Sto portandoli in un luogo sicuro per stanotte. Parleremo attraverso i nostri legali.»
«Non ti basterà una porta blindata.»
Patrizia lo prese per un gomito.
Per la prima volta sembrava volergli impedire di parlare.
«Marco, andiamo.»
Lui la fissò, sorpreso.
«Mamma, che ti prende?»
«Ti ho detto di andare.»
Richiusi senza rispondere.
Sentii i loro passi allontanarsi, poi il rumore del cancello.
Non provai sollievo.
Provai soltanto la certezza che qualcosa di molto vecchio fosse appena tornato a galla.
La casa accanto era stata predisposta da mio padre con un’attenzione che allora mi era sembrata eccessiva.
I letti dei bambini avevano lenzuola pulite.
Nel mobile della cucina c’erano bicchieri, biscotti e medicine di primo soccorso ancora sigillate.
La corrente e il riscaldamento erano attivi grazie alla società fiduciaria che amministrava il trust.
Io ero autorizzata a entrare, ma avevo accettato la sua richiesta di non parlarne a Marco.
Credevo fosse un modo strano di proteggere una proprietà di famiglia.
Adesso non ne ero più sicura.
Sistemai Maia e Leo sul divano con una coperta.
Accesi un cartone animato a volume basso e portai Elena in cucina.
«Chi ti ha fatto quei lividi?»
Lei fissò le proprie dita deformate dall’artrite.
«Patrizia mi ha preso il polso perché non riuscivo a sollevare un secchio.»
Mi mancò il respiro.
«E la guancia?»
«Mi ha spinta mentre cercavo di prendere Leo. Ho urtato lo stipite.»
«Marco ha visto?»
Una lunga pausa.
«Era nel corridoio. Ha detto che avevo capito male.»
Pensai alla promessa dei domestici, alla telefonata quotidiana in cui lei mi ripeteva che tutto andava bene, al modo in cui cercava sempre di non disturbare.
«Perché non me l’hai detto?»
«Patrizia rispondeva spesso al telefono. E quando parlavamo da sole, io vedevo i bambini vicino a lei.»
Non serviva che finisse la frase.
Le avevano fatto credere che denunciare avrebbe significato perdere l’accesso ai nipoti.
Chiamai il mio avvocato, Giulia Bassi, che seguiva da anni i contratti della mia attività.
Le spiegai i fatti, senza abbellirli e senza attribuire colpe che non potevo dimostrare.
Mi chiese di fotografare le lesioni soltanto con il consenso di Elena, conservare i messaggi e farla visitare quella sera stessa.
Mi ricordò che il conflitto fra genitori non si risolve cambiando una serratura: occorrevano provvedimenti urgenti e documentazione seria.
«E la cantina?» le domandai.
«Non toccare nulla finché non arriviamo a capire che cosa c’è. La proprietà è del trust, ma dobbiamo proteggere anche il valore delle prove.»
Elena mi fece un cenno.
«Tuo padre voleva che chiamassi proprio Giulia.»
«Lo conosceva?»
«Avevano parlato quando lui era già malato. Mi disse soltanto che certe cose dovevano essere verificate da qualcuno che non avesse paura di Marco.»
Rimasi immobile.
Avevo conosciuto Giulia attraverso un’associazione di imprenditori, non tramite mio padre.
Mi resi conto che la rete di protezione costruita da lui era più ampia di quanto pensassi.
Chiamai anche Martina, una vicina di cui mi fidavo e che conosceva bene i gemelli.
Venne a stare con loro mentre accompagnavo Elena al pronto soccorso.
La visita richiese tempo.
Il medico descrisse i lividi, registrò le dichiarazioni di mia madre e valutò la sua artrite, senza pretendere di stabilire chi l’avesse ferita.
Elena parlò piano, ma non ritrattò.
Uscimmo con un referto e il numero di un servizio di assistenza per persone maltrattate.
In automobile mia madre mi disse che la macchina da cucire si trovava ancora nel suo appartamento, dall’altra parte di Bologna.
Era una vecchia Necchi color crema, pesante, con il mobile di legno graffiato.
Da bambina mi addormentavo sentendone il pedale muoversi nella stanza accanto.
Dopo che papà si era ammalato, non l’avevo più vista funzionare.
«Che cosa c’è dentro?»
«Non lo so», rispose Elena.
La guardai incredula.
«Nemmeno tu?»
«Lui mi ha fatto promettere di non cercare prima che ce ne fosse bisogno. Diceva che non bastava sapere una cosa: bisognava anche poterla dimostrare.»
Ci fermammo davanti al suo palazzo.
La portineria era chiusa, ma Elena aveva la chiave.
Salimmo lentamente le scale.
Mi colpì vedere quante soste le fossero necessarie per arrivare al secondo piano.
Qualcuno che conosceva le sue condizioni le aveva ordinato di strofinare un pavimento.
Non riuscivo a cancellare quell’immagine.
La macchina era accanto alla finestra, coperta da un telo bianco.
Tolsi la copertura e cercai sotto il cassetto dei rocchetti.
Niente.
Aprii il mobile, passai le dita sul fondo e sentii una sottile fessura dietro la parete interna.
Mio padre era stato un falegname capace di riparare quasi tutto.
Riconobbi uno dei suoi piccoli incastri a pressione.
«Qui.»
Premetti in due punti.
Una tavoletta si mosse e scivolò fuori.
All’interno c’erano una busta marrone, una chiavetta USB e un mazzo di chiavi avvolto in un fazzoletto.
Sulla busta, nella grafia incerta di papà, era scritto il mio nome.
Daniela. Apri con Giulia. Non distruggere gli originali.
Mi sedetti.
Non potevo ignorare quelle istruzioni, soprattutto dopo ciò che era successo.
Telefonai a Giulia e lessi soltanto la frase esterna.
Mi disse di sigillare tutto in una borsa, fotografare il ritrovamento e aspettarla nella casa accanto.
Niente consultazioni improvvisate, niente chiavette inserite nel computer personale.
Prima di richiudere lo scomparto, Elena raccolse da terra un foglio piegato che era scivolato dietro la tavoletta.
Non era nella busta.
Una fotografia, stampata su carta comune, mostrava la porta della cantina dall’interno.
Davanti c’erano Patrizia e Marco.
Fra loro, una scatola con il nome di mia madre scritto a pennarello.
«Mamma», sussurrai, «quando è stata scattata?»
Elena voltò la fotografia.
Sul retro c’era una data di tre anni prima, una settimana successiva all’acquisto della casa da parte di papà.
E sotto la data un’annotazione che mi gelò:
Non permettere che Elena firmi un’altra volta.
Per capire quale firma mio padre stesse cercando di fermare, leggi la Parte 3.













