«Papà, non è la prima volta che la mamma mi minaccia» sussurrò Daniela.
La sua voce era così flebile che dovetti avvicinarmi al letto.
Non la interruppi.
Aveva appena ripreso conoscenza dopo un trauma alla testa, e il medico ci aveva raccomandato di evitare di affaticarla.
Le dissi che potevamo parlarne più tardi, quando si fosse sentita meglio.
Lei scosse appena il capo.
«Se adesso torno a dormire, ho paura che domani fingerò che non sia successo niente.»
Quelle parole mi fecero più male di quanto avrei saputo spiegare.
Mi sedetti e aspettai che fosse lei a decidere da dove cominciare.
«La settimana scorsa ho trovato delle lettere della banca nella cassetta della posta. Erano indirizzate a me, ma la mamma le aveva già aperte.»
Le domandai di che banca si trattasse.
Daniela ricordava il logo e una cifra, non il contenuto esatto.
Parlava di un conto che non riconosceva e di pagamenti scaduti.
Patricia le aveva strappato le buste di mano dicendo che si occupava lei delle faccende economiche di famiglia.
«Poi ha cominciato a chiedermi i documenti della macchina» continuò. «Diceva che c’era un compratore e che avevo il dovere di aiutarla.»
«Ti ha detto perché le servivano quei soldi?»
«Che aveva fatto degli investimenti sbagliati. Poi ha detto che, se non vendevamo l’auto, avrebbero cominciato a chiamare anche te.»
Ero convinto che Patricia gestisse con attenzione le spese domestiche.
Pagavo la maggior parte delle bollette e ogni mese trasferivo una somma su un conto comune.
Non avevamo ricchezze nascoste, ma non ci erano mai mancati il necessario o un piccolo margine per gli imprevisti.
Una difficoltà economica poteva accadere.
Nasconderla e scaricarla su Daniela era un’altra cosa.
«Perché non me l’hai detto prima?» domandai, cercando di non farle sentire il rimprovero nella voce.
Daniela fissò la coperta.
«Ogni volta che provavo a chiamarti, lei entrava in camera. Diceva che eri già stanco per il lavoro e che, se ti facevo preoccupare, potevi perdere il posto.»
Ricordai le nostre videochiamate durante la trasferta.
Daniela salutava sempre, ma rimaneva pochi minuti.
Quando le chiedevo come procedessero gli esami, rispondeva che era tutto normale.
Avevo attribuito quel silenzio alla fretta, all’università, alla sua età.
Non mi ero chiesto se qualcuno le stesse impedendo di parlare liberamente.
«Oggi è arrivato un uomo per la macchina» disse. «Non l’ho fatto entrare. La mamma è diventata furiosa.»
Il compratore, spiegò, si chiamava Sergio.
Daniela lo conosceva soltanto perché lo aveva sentito nominare.
Patricia sosteneva di aver già ricevuto un anticipo e insisteva perché lei firmasse un documento senza leggerlo.
Daniela si era rifiutata.
La lite era cominciata in soggiorno ed era proseguita fino all’ingresso, mentre lei cercava di uscire per raggiungere una compagna di corso.
«Mi ha afferrata per il braccio. Le ho chiesto di lasciarmi passare. Poi mi ha spinta.»
Daniela inspirò lentamente.
Non ricordava ogni secondo dopo l’urto.
Ricordava soltanto il dolore alla tempia, le chiavi sottratte e la voce di Patricia che diventava lontana.
Mi domandò se avessi visto la macchina nel vialetto.
«Non ci ho fatto caso» ammisi.
«Avevo paura che la portasse via mentre non potevo fermarla.»
Le promisi che, quando fosse stata in grado di decidere con calma, avremmo controllato insieme tutti i documenti.
Non le promisi che la madre sarebbe cambiata.
Non le dissi che si trattava di un semplice malinteso.
Certe frasi sarebbero servite soltanto a tranquillizzare me.
Entrò un’infermiera per controllare Daniela.
Le raccontammo che mia figlia aveva riferito di essere stata spinta e che temeva di tornare a casa.
L’infermiera chiamò il medico e ci spiegò che avrebbe annotato quanto detto e richiesto un colloquio con il personale incaricato della tutela dei pazienti.
Daniela ascoltava in silenzio.
Le chiesero se desiderasse parlare senza di me.
Annuii e uscii dalla stanza per lasciarle quello spazio.
Nel corridoio trovai tre messaggi di Patricia.
Nel primo domandava quando saremmo tornati.
Nel secondo scriveva che Daniela aveva sempre esagerato le discussioni.
Il terzo diceva: «Non metterti in testa idee strane. È caduta da sola».
Non aveva chiesto una volta come stesse nostra figlia.
Telefonai a mia sorella Lucía, che viveva dall’altra parte della città.
Le domandai se, dopo le dimissioni, Daniela potesse restare qualche giorno da lei.
Lucía rispose immediatamente di sì, ma volle sapere cosa fosse successo.
Le spiegai soltanto che Daniela aveva bisogno di tranquillità e che a casa c’era stata una brutta lite.
Non volevo mettere in circolazione accuse prima di aver ascoltato mia figlia e raccolto le informazioni necessarie.
Quando rientrai, Daniela era più calma.
Il medico ci ricordò che i ricordi di una persona con commozione cerebrale possono essere incompleti e che era importante non forzarli.
Accolsi il consiglio.
Le domandai soltanto se avesse conservato le lettere o fotografato qualcosa.
«Ho fatto una foto a una delle buste» disse. «Sul mio telefono. Ma credo che la mamma lo abbia preso.»
Sentii un’altra fitta di paura.
«Ricordi dove l’avevi lasciato?»
«Nella tasca posteriore dei jeans, quando ho cercato di uscire.»
Guardai la borsa con i suoi effetti personali, consegnata dai soccorritori.
C’erano il portafoglio e un elastico per capelli.
Il telefono non c’era.
Daniela strinse le labbra per non piangere.
«Papà, c’è una cosa che non capisco. La mamma diceva che dovevo firmare perché aveva già usato il mio nome. Che cosa significa?»
Non sapevo risponderle.
Ma sapevo che da quel momento non bastava più chiarire la vendita dell’automobile.
Dovevamo scoprire che cosa fosse stato fatto a nome di Daniela senza il suo consenso.
Attesi che si addormentasse e aprii sul mio telefono l’applicazione delle telecamere di casa.
Avevo installato quel sistema anni prima per controllare la porta durante i viaggi.
La registrazione dell’ingresso era ancora disponibile.
Scorsi l’elenco degli eventi fino al pomeriggio dell’incidente.
Il primo fotogramma mostrava Daniela in piedi davanti a sua madre.
Il secondo mostrava la mano di Patricia che le afferrava il braccio.
Non premetti subito il tasto di riproduzione.
Per un istante ebbi paura di vedere, con i miei occhi, ciò che avevo già sentito raccontare.
Eppure sapevo che dovevo guardare ogni minuto, senza saltarne neppure uno.
Per scoprire che cosa registrò davvero quella telecamera, continua con la Parte 3.













