La risposta arrivò due giorni dopo, mentre Giulio accompagnava Lea a scuola.
Sul telefono comparve il numero di Maddalena, ma lui non rispose finché non ebbe salutato sua figlia davanti al cancello.
Si fermò lungo il marciapiede, dove i genitori si affrettavano verso le auto e nessuno prestava attenzione a un uomo immobile con il telefono all’orecchio.
«Elena sa del nostro incontro», disse Maddalena.
Giulio aspettò, senza aiutarla a trovare le parole.
«Ha pianto. Poi mi ha chiesto di raccontarle tutto dall’inizio. Vuole sapere se sei davvero tu, ma non vuole presentarsi senza averti dato il tempo di decidere.»
«È disposta a incontrarmi?»
«Sì. Mi ha chiesto di dirti che capirà anche un no.»
Quella possibilità, che fino a poco prima gli era sembrata remota, gli provocò un’improvvisa stanchezza.
Aveva desiderato per anni conoscere un nome.
Adesso quel nome apparteneva a una donna capace di fare domande, commettere errori, avere una vita sua.
Giulio comprese che non stava cercando la soluzione di un enigma, ma il primo dialogo di una relazione forse impossibile da prevedere.
Prima di fissare qualsiasi appuntamento chiese a Maddalena un modo per verificare ufficialmente la storia delle proprie origini.
Lei non tentò di sottrarsi.
Gli fornì le informazioni sulla struttura in cui era nato e sulle persone che avevano seguito la famiglia.
Con l’aiuto della documentazione in suo possesso, Giulio avviò le richieste necessarie agli uffici competenti.
Gli fu spiegato che l’accesso ad alcune informazioni avrebbe richiesto controlli e tempi che non si potevano abbreviare con una telefonata.
Non volle però usare quella procedura per impedire a Elena di parlare.
Concordarono un primo scambio di lettere tramite Maddalena, lasciando aperta la possibilità di incontrarsi quando entrambi se la fossero sentita.
Quella sera scrisse per quasi un’ora, cancellando frasi che sembravano un interrogatorio e altre che promettevano un’intimità ancora inesistente.
Alla fine lasciò soltanto ciò che sapeva dire senza fingere.
«Mi chiamo Giulio. Ho trentasei anni e una figlia di sei. Sono cresciuto con due genitori che mi vogliono bene. Non ti conosco, ma desidero ascoltare la tua storia. Non so cosa riusciremo a essere l’uno per l’altra, e vorrei che potessimo scoprirlo senza obbligarci a nulla.»
Maddalena consegnò la lettera a Elena.
La risposta arrivò il giorno seguente, scritta a mano su un foglio a righe.
Giulio lo lesse seduto sul tappeto del soggiorno mentre Lea disegnava a pochi passi.
Elena gli raccontava soltanto alcune cose di sé: lavorava in una piccola biblioteca di paese, amava camminare prima che aprissero i negozi, aveva conservato l’abitudine di comprare due mandarini anche quando ne mangiava sempre uno soltanto.
Sembravano dettagli minuscoli, ma Giulio ne fu colpito più di quanto sarebbe stato da una dichiarazione solenne.
Nelle ultime righe Elena scriveva che non gli avrebbe chiesto di chiamarla madre.
Si assumeva la responsabilità di aver firmato i documenti di adozione, anche se quella decisione era maturata in circostanze dolorose.
Gli lasciava il proprio numero, con il permesso di usarlo o di non usarlo.
Giulio non telefonò subito.
Portò il foglio a Teresa ed Enrico e lo lasciò sul tavolo, accanto alla busta delle fotografie.
Enrico lo lesse lentamente.
Teresa chiese se Giulio volesse che fosse lei a restare oppure preferisse avere quel momento tutto per sé.
«Resta», rispose lui.
«Mi fa bene che non dobbiamo nasconderci le cose.»
Teresa annuì, ma più tardi, mentre lavava le tazze, ammise che leggere le parole di Elena l’aveva turbata.
Non perché dubitasse del posto che occupava nella vita di Giulio; si era chiesta piuttosto quanta sofferenza ci fosse stata prima che lui arrivasse nella loro casa.
Giulio le disse che anche lui se lo domandava.
Per la prima volta parlarono di quel passato senza trattarlo come una minaccia al presente.
Il sabato successivo Giulio accettò di vedere Maddalena di nuovo, stavolta in una piazza tranquilla vicino alla stazione.
Aveva bisogno di porle una domanda che, nella saletta dell’albergo, non aveva avuto il coraggio di fare.
«Quando Elena aveva diciotto anni, qualcuno le impedì di tenermi?»
Maddalena camminò accanto a lui per qualche passo prima di rispondere.
Non negò la povertà, le discussioni in casa, il timore di non trovare un alloggio stabile.
Disse anche che Elena aveva ricevuto informazioni e aveva firmato personalmente la propria decisione.
Ma ammise che lei, sua madre, aveva ripetuto così spesso che quella fosse l’unica strada sensata da trasformare un consiglio in una pressione quotidiana.
«Pensavo di evitare a mia figlia una vita di rinunce», disse.
«Non le chiesi abbastanza che cosa desiderasse davvero.
Avevo paura dei soldi, delle voci, di quello che sarebbe successo se fossimo rimaste sole con un neonato.»
«E dopo?»
«Dopo ho continuato a comportarmi come se potessi decidere quando fosse il momento giusto per parlare.»
Giulio si fermò.
Il tono della donna era più pesante di una semplice ammissione di colpa.
Le chiese se ci fosse qualcosa che ancora non gli aveva raccontato.
Maddalena si passò una mano sugli occhi e rimase a guardare i binari oltre la piazza.
«Quando avevi compiuto diciotto anni, Elena aveva scritto un’altra lettera», disse.
«Non come quelle senza indirizzo.
Mi aveva chiesto di informarmi per farla arrivare a te, attraverso le persone competenti.
Io dissi che lo avrei fatto.»
«E l’hai fatto?»
«No. Avevo paura che tu la rifiutassi e che lei non si riprendesse. Poi continuai a rimandare, finché non ebbi più il coraggio di confessarglielo.»
Giulio provò una rabbia netta, diversa dallo smarrimento dei giorni precedenti.
Non poteva sapere se quella lettera sarebbe arrivata davvero fino a lui; poteva però sapere che nessuno aveva nemmeno tentato la strada promessa.
Anni di attesa erano rimasti sospesi nelle mani di una sola persona.
«Dov’è?» domandò.
«A casa mia. L’ho conservata.»
«Elena sa che non l’hai mai consegnata?»
Maddalena scosse la testa.
Giulio arretrò di mezzo passo.
Per tanto tempo aveva creduto che il silenzio fosse stato una risposta.
Ora scopriva che una risposta non era mai stata cercata, e che anche Elena viveva dentro un racconto incompleto.
La lettera gli apparteneva forse per destinatario, ma la verità di quel silenzio apparteneva anche a Elena.
Prima di aprire la busta, Giulio avrebbe dovuto decidere se lasciare che Maddalena continuasse a proteggerla dalle conseguenze delle proprie scelte.
Che cosa avrebbe fatto di quella lettera mai spedita?
Scoprilo nella Parte 5.













