Alle quattro ero seduto in fondo al tavolo di vetro della Nordline Italia mentre sei persone che avevo assunto, convinto o personalmente invitato a fidarsi di me evitavano di guardarmi. Marco era vicino allo schermo. Il legale esterno era collegato da remoto. La presidente del consiglio, Elena Bassi, ha messo davanti a sé una pila di note spese stampate e mi ha fatto una sola domanda.
“I soldi della società hanno pagato viaggi o spese personali?”
Durante il tragitto avevo preparato spiegazioni: alcune cene erano nate come incontri professionali; il viaggio a Roma aveva avuto anche contatti utili; Beatrice aveva dato qualche parere informale sul marchio. Ogni frase sembrava plausibile finché non immaginavo di dirla ad alta voce.
“Sì,” ho risposto.
Nessuno ha parlato.
“Quanto?” ha chiesto Elena.
“Non conosco la cifra esatta.”
Marco mi ha guardato finalmente. “Le note spese le approvavi tu.”
“Lo so.”
Il legale ha spiegato cosa sarebbe successo. Avrei lasciato temporaneamente l’incarico di amministratore delegato mentre una verifica indipendente analizzava rimborsi, trasferimenti e il denaro proveniente dalla linea di credito sulla casa. Il mio accesso ai sistemi finanziari sarebbe stato sospeso. Avrei potuto rispondere a domande operative, ma non autorizzare pagamenti né rappresentare la società con investitori o banche.
“Mi state licenziando?”
“Non oggi,” ha detto Elena. “Oggi stiamo proteggendo l’azienda.”
Stavo per dire che l’azienda l’avevo costruita io. La frase mi è morta in gola. Quella mattina avevo pensato la stessa cosa della casa.
Dopo la riunione Marco mi ha accompagnato nel mio ufficio e ha chiuso la porta.
“Perché non mi hai detto che a maggio eravamo così vicini a saltare gli stipendi?”
“Tu stavi negoziando il contratto Sentinel. Non volevo distrarti.”
“Eravamo soci.”
“Pensavo di poter risolvere tutto.”
“È sempre la tua risposta.” Ha indicato il corridoio. “Decidi che gli altri non saprebbero gestire la verità, quindi decidi al posto loro. Poi, quando esplode tutto, lo chiami protezione.”
Ho guardato la foto incorniciata del nostro primo ufficio, quando lavoravamo su due tavoli pieghevoli. “Ho messo i miei soldi nella società.”
“I tuoi soldi?”
Mi sono irrigidito.
Marco se n’è accorto. “Anche la casa è di Giulia.”
Non ho risposto.
La rabbia sul suo volto è diventata delusione. “Vai via, Lorenzo. Anzi, non so nemmeno dove sia casa tua adesso. Ma esci.”
La villetta di San Siro era ancora legalmente accessibile, ma non sembrava più casa. Giulia non era tornata. Camminavo tra le stanze notando oggetti che avevo sempre trattato come sfondo: componenti del tiralatte accanto al lavello, pannolini nella dispensa, una lista della spesa con tre voci barrate e “CAFFÈ” sottolineato due volte.
La mattina successiva mi sono collegato alla visita pediatrica di Tommaso. All’inizio vedevo solo la spalla di Giulia, poi lui tra le sue braccia con una tutina a righe. Aveva le guance più piene di come le ricordassi. Guardava lo schermo come se io avessi la stessa importanza di una lampada.
La pediatra ha parlato di peso, reflusso, sonno e vaccinazioni. Mi sono reso conto di non sapere rispondere a metà delle domande. Quanti millilitri per poppata? Rispondeva Giulia. Quante volte si svegliava? Giulia. Il reflusso era migliorato con il nuovo latte? Giulia.
Avevo vissuto nella stessa casa, eppure la mia conoscenza di mio figlio era quasi cerimoniale. Sapevo pubblicare una foto con lui. Sapevo tenerlo in braccio quando era pulito e assonnato. Sapevo raccontare agli investitori che diventare padre aveva “cambiato le mie priorità”. Non sapevo neppure la marca del suo latte.
Alla fine la pediatra ha chiesto: “Papà, ha qualche domanda?”
Stavo per dire di no.
Invece ho chiesto di ripetere le quantità e gli orari e li ho annotati.
Giulia ha lanciato uno sguardo verso lo schermo, ma non ha detto nulla.
Nel pomeriggio il suo avvocato ha proposto il primo incontro: due ore il sabato in uno spazio neutro per famiglie, con supervisione. Non perché Giulia sostenesse che fossi pericoloso, ma perché Tommaso era abituato quasi esclusivamente alle sue cure e il livello di conflitto tra noi era alto.
Mi sono indignato per il luogo. Davide mi ha consigliato di accettare.
“Puoi litigare sul significato simbolico,” ha detto, “oppure passare due ore con tuo figlio.”
Ho accettato.
Sabato sono arrivato venti minuti prima. Giulia era già lì quando un’operatrice ha portato Tommaso nella stanza. Sembrava più minuta rispetto a pochi giorni prima, o forse solo più stanca. Aveva occhiaie profonde e teneva la borsa del bambino contro il petto come uno scudo.
“Il biberon è nella tasca laterale,” ha detto. “Ha mangiato alle dodici e trenta. Se si agita, cammina un po’ con lui prima di pensare che abbia fame.”
“Giulia…”
“Non qui.”
“Mi servono cinque minuti.”
La sua espressione è rimasta immobile. “Hai avuto sei mesi.”
Poi mi ha messo Tommaso tra le braccia.
Ha iniziato a piangere quasi subito.
Il mio primo istinto è stato cercare Giulia con gli occhi. Era già uscita.
Per quaranta minuti ho provato tutto male: biberon, ruttino, seduto, in piedi, dondolando troppo forte e poi troppo piano. L’operatrice nella stanza vicina mi ha dato un solo suggerimento: “Provi a tenerlo più alto sul petto.”
L’ho fatto. Poco a poco il pianto si è attenuato. Il pugno di Tommaso si è rilassato sulla mia camicia. Si è addormentato con la bocca aperta.
Sono rimasto immobile per paura di svegliarlo.
Forse, per la prima volta dalla sua nascita, stavo badando a lui senza dare per scontato che Giulia fosse lì vicino pronta a sostituirmi.
Alla fine dell’incontro Giulia è rientrata. Le ho consegnato il foglio con gli orari della poppata e del sonno.
“Ha bevuto quasi centoventi millilitri?”
“Un po’ meno.”
“E ha dormito?”
“Trentacinque minuti.”
Ha annuito una volta.
Volevo che mi facesse i complimenti per essere sopravvissuto a due ore. La consapevolezza mi ha fatto vergognare.
Prima di andarsene si è voltata. “Lunedì il mio avvocato ti invierà un inventario.”
“Inventario di cosa?”
“Di quello che ho trovato nello studio.”
Lunedì sono arrivate diciassette pagine: bonifici, note spese, carte di credito, documenti di finanziamento e un rapporto titoli che non pensavo da anni.
In fondo compariva un deposito intestato esclusivamente a Giulia, aperto da suo padre quando era adolescente.
Avevo usato anche quello come garanzia.













