Il primo a parlare fu Nico.
«Mamma, perché le tue valigie sono fuori?»
La domanda, arrivata dal sedile posteriore, cancellò di colpo l’effetto delle parole di Davide.
Non importava quanti soldi avessi ereditato.
In quel momento c’erano due bambini che guardavano il loro ingresso di casa come se fosse diventato un posto sconosciuto.
Spensi il motore, mi voltai e cercai di sorridere in un modo diverso da quello rivolto a Valeria.
«Andrà tutto bene. Adesso restate in macchina un momento.»
Alice aveva già notato gli orecchini.
Erano gli stessi che mia madre indossava nelle fotografie del suo matrimonio.
Dopo la sua morte li avevo conservati in un cofanetto foderato di velluto, nel cassetto della camera.
«Quelli sono della nonna», sussurrò Alice.
«Lo so, amore.»
Scesi dall’auto e chiusi piano lo sportello.
Davide fece un passo avanti, infastidito dalla mia calma.
«Hai sentito quello che ho detto?»
«Sì. Ma prima devi spiegarmi perché hai messo fuori le mie cose mentre i bambini erano con me.»
«Non potevo continuare a fingere. Io e Valeria stiamo insieme.»
Lui pronunciò quelle parole come se avesse già preparato il discorso davanti allo specchio.
Valeria rimase poco indietro, con le braccia incrociate.
«Hai portato lei dentro casa nostra?» domandai.
«È casa mia, Anna. E tu hai una settimana per trovare dove andare.»
Per un istante mi venne voglia di tirare fuori la visura e sventolargliela davanti al viso.
Sarebbe stato facile umiliarlo con la stessa sicurezza con cui lui aveva umiliato me.
Ma dal finestrino Alice continuava a osservare ogni gesto.
Mi ricordai del suo sguardo quando Davide alzava la voce durante le cene.
«I bambini non assisteranno a questa discussione», dissi.
Davide fece spallucce.
«Portali da un’amica. Qualcuno vi ospiterà.»
Lo disse come se bastasse una telefonata per trovare un posto adatto a due bambini.
Dopo undici anni di matrimonio, non si era nemmeno fermato a pensare a come avrebbero vissuto quella notte.
La signora Lucia, la nostra vicina, stava annaffiando le piante oltre la siepe.
La conoscevo da quando era nato Nico.
Mi avvicinai al cancello e le chiesi, a voce bassa, se poteva tenere i bambini per mezz’ora.
Lucia comprese senza costringermi a spiegare.
Si portò Alice e Nico in cucina, promettendo loro una fetta di torta.
Quando tornai nel vialetto, Valeria stava trascinando una delle mie borse verso il cancello.
«Non toccarla», dissi.
Lei la lasciò cadere.
«Non mi spaventi.»
«Non sto cercando di spaventarti. Ti sto chiedendo di non toccare le mie cose. E di restituirmi gli orecchini di mia madre.»
Valeria portò una mano all’orecchio.
«Davide me li ha regalati.»
Mi voltai verso mio marito.
«Hai aperto il mio cassetto?»
«Erano in questa casa», rispose lui, come se ciò bastasse a renderli suoi.
Presi il telefono e chiamai Rachele.
Le dissi dove mi trovavo e descrissi le valigie, la cartellina e i bambini accompagnati dalla vicina.
Lei mi ascoltò senza interrompere.
«Hai con te le copie che ti ho consegnato?»
«Sì.»
«Non firmare nulla e non discutere di proprietà davanti ai bambini. Manderò subito una comunicazione al legale di Davide, se ne ha uno. Se qualcuno tenta di usare la forza, allontanati e chiedi aiuto.»
«Lui dice che devo lasciare la casa.»
«Una dichiarazione sul portico non decide chi abbia il diritto di abitarci», rispose. «E i bambini hanno bisogno di stabilità. Procederemo per vie formali.»
Chiusi la telefonata e aprii la borsa.
Consegnai a Davide la copia dell’atto, senza avvicinarmi troppo.
«Leggi la prima pagina.»
Lui guardò il foglio con aria infastidita.
«Che cos’è?»
«Il titolo della casa.»
Scorse le righe, poi tornò all’intestazione.
Il suo volto cambiò appena, ma abbastanza perché me ne accorgessi.
«È qualche vecchia faccenda di tua zia», mormorò.
«È una faccenda che avresti dovuto conoscere prima di chiamarla casa tua.»
Davide rimase zitto.
Gli mostrai la pagina con la mia intestazione e i riferimenti all’atto registrato.
«Evelina ha comprato questa casa prima che ci sposassimo. La tua società pagava soltanto alcune spese. Ora la casa è intestata a me.»
Valeria guardò Davide.
«Mi avevi detto che l’avevi comprata tu.»
Lui si irrigidì.
«È una questione tecnica. Ci abito da undici anni.»
«E questo non ti autorizza a mettere le mie valigie sotto il portico», risposi.
Valeria fece un passo verso la porta, come se volesse sottrarsi alla discussione.
Aveva ancora gli orecchini addosso.
«Toglili», dissi semplicemente.
Per una volta non guardò me, ma Davide.
Non ricevette nessun aiuto.
Si sfilò le perle e le posò sul muretto, accanto a un vaso di rosmarino.
Le raccolsi con cura, una alla volta.
Erano fredde nella mia mano.
Davide tentò di riprendere il controllo.
«Non cambia il fatto che voglio separarmi.»
«Neanch’io voglio continuare questo matrimonio», risposi, sorprendendo persino me stessa. «Ma non deciderai da solo dove dormiranno Alice e Nico.»
Quella sera Rachele ottenne il nome del suo avvocato e gli inviò i documenti essenziali.
Davide e Valeria se ne andarono per la notte, dopo che lei ebbe preso la borsa che aveva lasciato nell’ingresso.
Non fu un ordine che li costrinse a uscire: fu la prima scelta ragionevole che Davide fece quel giorno, dietro consiglio telefonico del suo legale.
Ripresi i bambini da Lucia.
Alice mi domandò se papà sarebbe tornato.
«Sì, lo vedrete», le dissi. «Ma per un po’ le cose saranno diverse. Non avete fatto nulla di sbagliato.»
Dopo averli messi a letto, riportai le valigie in camera.
Il cofanetto degli orecchini era aperto e vuoto.
Lo riempii con le perle e chiamai ancora Rachele, questa volta per ringraziarla.
Lei, però, aveva appena esaminato una vecchia cartella relativa ai pagamenti della società di Davide.
«Anna, domani dobbiamo parlare di un documento firmato a tuo nome», disse.
«Quale documento?»
«Un accordo che avrebbe dato alla sua società il diritto di usare parte della casa per molti anni. La firma sembra la tua, ma zia Evelina l’aveva contestata.»
Guardai la scrivania dove avevo passato tante notti a lavorare.
«Io non ho mai firmato un accordo del genere.»
Rachele tacque un momento.
«È proprio quello che temevo.»
Continua con la Parte 3 per capire perché Davide avesse bisogno di una firma che io negavo di aver messo.













