Il nome di Enrico Belli mi riportò a una cena di due anni prima.
Barbara lo aveva presentato come un vecchio amico «capace di aprire le porte giuste».
Ricordavo i suoi gemelli d’argento e il modo in cui aveva parlato a Grant del denaro come di un favore che si ottiene dalle persone adatte.
Allora non mi era sembrato importante.
Adesso il suo nome compariva sulla trasmissione del documento che pretendeva di impegnare il mio patrimonio.
Marta non volle che lo chiamassi.
«Una persona coinvolta può essere un testimone, oppure può avere commesso un errore o qualcosa di peggio. Prima occorre conservare le tracce. Non sappiamo ancora quale sia il suo ruolo.»
Mandammo alla finanziaria una seconda richiesta formale, limitata ai dati e agli atti necessari per contestare la garanzia.
Marta preparò anche la denuncia, allegando la fideiussione, la mia dichiarazione di non averla sottoscritta e i file del 2021 da verificare.
Non scrisse che Grant o Barbara fossero colpevoli.
Scrisse che qualcuno aveva utilizzato una firma attribuita a me senza il mio consenso e chiese di accertarne l’origine.
Quella precisione mi sembrava lenta.
Avrei preferito una frase capace di chiudere immediatamente tutto, come Grant aveva fatto con le mie carte.
Ma i documenti non erano pulsanti da premere per vendicarsi.
Dovevano resistere alle domande di chi non conosceva nessuno di noi.
La presenza di Aurora nella vicenda mi costringeva anche a guardare con occhi nuovi l’eredità di mio padre.
Non era un pozzo dal quale tirare fuori ordini per chiunque lavorasse in una società partecipata.
Walter aveva predisposto amministratori, controlli e obblighi proprio perché il patrimonio non diventasse il capriccio di una sola persona.
Silvestri mi spiegò che potevo esercitare i miei diritti di socia, chiedere trasparenza e proteggere i miei interessi, ma non ordinare a un dirigente di ritirare un credito perfettamente regolare.
Questa volta ero grata per quel limite.
Avevo passato troppo tempo a subire qualcuno che trattava il potere come un permesso di ferire.
Non volevo diventare la versione più ricca dello stesso comportamento.
Due giorni dopo, Barbara si presentò sotto l’appartamento di Milano.
La custode mi chiamò prima di farla salire.
Rimasi davanti al citofono con Josie in braccio, poi risposi che non desideravo ricevere visite inattese.
Barbara gridò abbastanza forte da farsi sentire attraverso l’altoparlante.
«Non puoi tenere una bambina lontana da suo padre perché sei offesa!»
«Grant sa come chiedere di vederla. Gli ho proposto un incontro tranquillo e non ha risposto.»
«Io sono sua nonna!»
«E io sono sua madre. Non discuteremo davanti a lei.»
Chiusi il collegamento.
Josie si agitò per il rumore, così mi sedetti sul tappeto e le diedi il suo piccolo libro di stoffa.
Mi accorsi che il cuore batteva forte, ma non tornai a premere il citofono.
Per anni avevo creduto che dire di no a Barbara fosse una forma di maleducazione.
Quel pomeriggio capii che poteva essere soltanto un confine.
Grant accettò infine di incontrare Josie in un luogo neutro, con orari concordati per iscritto e una persona fidata nelle vicinanze.
Non lo privai di abbracciarla.
Lo osservai sistemarle il cappellino prima di prenderla in braccio, e per un momento rividi l’uomo che aveva pianto quando era nata.
Poi, appena la bambina si addormentò nel passeggino, lui tornò a parlare di denaro.
«Hai messo in crisi il cantiere di Como», disse.
«Ho segnalato una firma che non ho apposto.»
«Sono soltanto carte. Se la banca smette di erogare, salteranno fornitori e acconti. Vuoi questo sulla coscienza?»
«Non voglio che gli altri paghino per ciò che è stato fatto a mio nome. Ma non posso dichiarare autentica una firma falsa per salvarti.»
Lui guardò altrove.
«Sei cambiata.»
«No. Ho smesso di chiederti il permesso per nutrire nostra figlia.»
La frase lo fece irrigidire.
Mi accusò di usare Josie contro di lui, anche se l’incontro era avvenuto proprio perché gli avevo dato la possibilità di vederla.
Gli ricordai che qualunque decisione sulla bambina sarebbe stata affrontata con l’aiuto dei legali, non come risposta a un prestito.
Prima di separarci, gli chiesi quando avesse scoperto che mio padre mi aveva lasciato delle partecipazioni societarie.
Si passò una mano sulla fronte.
«Mamma aveva visto una lettera nello studio, dopo il funerale di Walter.»
«Una lettera indirizzata a me?»
Non rispose direttamente.
«Diceva che avevi fondi amministrati all’estero. Ho pensato che ti stessi tenendo tutto mentre io cercavo di far crescere l’azienda.»
Fu in quel momento che compresi una parte della sua rabbia.
Grant non era stato tradito da una mia menzogna: aveva scoperto di non poter accedere a un patrimonio che non gli apparteneva e l’aveva chiamata ingiustizia.
«Avresti potuto chiedermelo», dissi.
«E tu avresti detto di no.»
Non seppi cosa replicare.
Era possibile che avrei davvero detto di no, dopo aver visto come gestiva il denaro negli ultimi tempi.
Ma la possibilità di un rifiuto non rendeva legittimo usare una firma senza consenso.
La sera, Marta ricevette un aggiornamento da Aurora.
La verifica interna aveva individuato il percorso del fascicolo: la richiesta proveniva dalla casella aziendale di Grant ed era stata inoltrata dal consulente esterno Belli.
Erano state individuate versioni diverse dello stesso allegato, che sarebbero state sottoposte a un esame tecnico.
La finanziaria non dichiarava ancora nessuno responsabile e manteneva sospesa soltanto la nuova erogazione.
«C’è un’altra cosa», aggiunse Marta. «La documentazione iniziale indica che il modulo di garanzia doveva essere firmato da lei in originale. È stato caricato invece come scansione, accompagnata da una dichiarazione secondo cui l’originale sarebbe arrivato a breve.»
«Da chi?»
«Dalla società di Grant.»
Dopo la telefonata aprii la cartella dei messaggi vecchi sul portatile.
Cercai il nome Belli.
Fra pubblicità e inviti dimenticati trovai una comunicazione del mese precedente, arrivata anche al mio vecchio indirizzo aziendale perché era ancora incluso in un gruppo amministrativo.
Il mittente era Barbara.
L’oggetto diceva soltanto: «Le carte di Jenna».
Ero rimasta fuori dalle decisioni, ma qualcuno aveva lasciato una traccia proprio nella mia posta.
Per sapere che cosa conteneva quella conversazione e perché Barbara parlasse delle mie carte, continua con la Parte 5.













