Non aprii quella busta durante la notte.
La tenni sul comodino, accanto a un bicchiere d’acqua che non riuscii a bere, e continuai a guardare la porta dietro la quale Milo dormiva.
Temevo che, una volta letta, non avrei più potuto credere a niente di ciò che conoscevo.
Ma lasciare chiusa una lettera non aveva protetto nessuno, in quella famiglia.
Alle sei del mattino Alessandro bussò piano.
«Milo dorme ancora?»
«Sì.»
Gli mostrai la busta.
Lui impallidì.
«Dove l’hai presa?»
«Era dietro lo scaffale della sua camera.»
«Dimmi perché il nome di tua madre compare su una lettera scritta prima che Derek nascesse.»
Alessandro la prese, ma non tentò di aprirla.
Passò il pollice sul bordo ingiallito, come si fa con una vecchia cicatrice.
«Questa l’avevo vista una sola volta», disse.
«L’aveva Derek, il giorno in cui ci siamo incontrati.»
«E ieri era in casa nostra?»
«Deve averla portata lui con i documenti.»
Mi sedetti al tavolo della cucina.
«Leggila.»
Alessandro scosse la testa.
«Preferisco che la legga tu.»
Dentro c’erano due fogli piegati e una fotografia sbiadita.
Nella fotografia riconobbi Alessandro, molto più giovane, davanti alla stazione di Parma.
Accanto a lui una ragazza con i capelli corti rideva mentre cercava di ripararsi gli occhi dal sole.
Nessuno dei due sapeva ancora quante persone avrebbero pagato il prezzo delle loro paure.
La lettera era firmata da Monica.
Non era una richiesta di denaro e non era un’accusa.
Era il tentativo disperato di una ragazza incinta di parlare direttamente con il padre del bambino.
Scriveva che Regina le aveva ordinato di sparire, sostenendo che Alessandro non desiderava più avere niente a che fare con lei.
Monica chiedeva soltanto un incontro, senza madri, senza intermediari e senza condizioni.
Poi c’era quella frase, sottolineata due volte: non lasciare che Regina decida al posto nostro.
«Questa lettera ti è arrivata?» domandai.
«No.»
«Allora come ha fatto Derek ad averla?»
«L’ha trovata a casa di mia madre.»
«Regina l’aveva conservata insieme ad altre carte.»
Chiusi gli occhi.
Regina non aveva soltanto nascosto una nascita.
Aveva archiviato una vita come si conserva una ricevuta scomoda, abbastanza importante da non buttarla e abbastanza pericolosa da non mostrarla.
«Quando Monica era incinta, mia madre mi disse che aveva deciso di interrompere la gravidanza», continuò Alessandro.
«Non la cercai.»
«Perché?»
«Ero arrabbiato, ero giovane e mi vergognavo di non sapere cosa fare.»
«Volevo credere che fosse finita.»
«Avresti potuto chiamarla.»
«Sì.»
Non aggiunse nessuna giustificazione.
Quella semplice ammissione fu più dolorosa di un lungo discorso.
«Monica, invece, seppe da Regina che tu non avresti riconosciuto il bambino», dissi.
«È quello che mi ha raccontato Derek.»
«Per anni Monica ha cercato di spiegargli che non sapeva cosa fosse successo davvero.»
Rimasi in silenzio a pensare ai due ragazzi che erano stati.
Non assolvevo Alessandro dalla sua rinuncia, ma cominciavo a vedere quanto fosse stata lunga la mano di Regina.
Aveva diviso due persone ventisei anni prima.
Adesso cercava di dividere anche noi.
«Perché Derek ti ha cercato soltanto l’anno scorso?»
«Sapeva il mio nome, ma sua madre non lo aveva mai spinto a venire da me.»
«Quando ha deciso di farlo, ha recuperato alcune lettere e ha cercato un indirizzo.»
«Avete verificato che sia davvero tuo figlio?»
«Sì.»
«Abbiamo fatto un test di paternità, con il consenso di entrambi.»
Sentii un sollievo strano.
Almeno quella verità non era costruita sulla fantasia di Regina.
Derek era davvero figlio di Alessandro.
Per ventisei anni aveva avuto un padre che non conosceva.
Questo spiegava la sua ferita.
Non spiegava perché avesse voluto infliggerne una simile a un bambino di otto anni.
«Perché mi hai esclusa da tutto questo?» chiesi ancora.
Alessandro appoggiò la fotografia sul tavolo.
«All’inizio Derek mi ha chiesto di non parlare di lui a nessuno.»
«Diceva che non voleva diventare un problema nella mia famiglia prima di capire se poteva fidarsi di me.»
«E tu hai accettato.»
«Sì.»
«Poi?»
«Poi ho continuato a rimandare.»
«Più passavano le settimane, più mi sembrava impossibile confessarti che avevo taciuto fino a quel momento.»
Era una spiegazione umana.
Ed era una spiegazione insufficiente.
«Hai trasformato la richiesta di riservatezza di Derek in un segreto dentro il nostro matrimonio.»
«Non dovevi raccontarmi ogni dettaglio della sua vita.»
«Dovevi dirmi che la tua era cambiata.»
Alessandro non protestò.
In quel momento Milo comparve sulla porta con i capelli spettinati e Arturo sotto il braccio.
Ci vide seduti uno davanti all’altra, con la fotografia fra noi, e si fermò.
«State litigando?»
«Stiamo parlando di una cosa difficile», risposi.
«È colpa mia?»
Mi alzai così in fretta che la sedia strisciò sul pavimento.
«No, amore.»
«Niente di tutto questo è colpa tua.»
Alessandro gli chiese se volesse fare colazione insieme.
Milo scelse di sedersi vicino a me.
Era una scelta piccola, ma Alessandro la rispettò.
Gli versò i cereali e tornò al suo posto senza cercare un abbraccio.
Dopo colazione entrai con Milo nella sua camera.
Gli dissi che non dovevamo sistemare tutto in un giorno.
Potevamo scegliere da quale scatola cominciare.
Lui indicò quella dei pennarelli.
«Prima i disegni», disse.
Li tirammo fuori uno per uno.
C’erano pesci con gli stivali, una mongolfiera piena di giraffe e una casa arancione con tre finestre.
Una delle cornici aveva il vetro rotto.
Milo la posò sul letto e mi chiese se fosse ancora possibile appenderla.
«Cambieremo il vetro.»
«Ma se si rompe un’altra volta?»
«La rimetteremo a posto.»
Per la prima volta sorrise appena.
Poi prese un disegno dove tre figure si tenevano per mano sotto una pioggia di stelle.
«Questo l’ho fatto quando papà è venuto a prendermi dopo la recita.»
Me lo ricordavo.
Avevo lavorato fino a tardi e Alessandro era arrivato con un mazzo di fiori di carta comprato dai bambini della classe.
Milo aveva passato tutta la sera a raccontargli di aver dimenticato una battuta.
«Papà è ancora il mio papà?» domandò.
Era una domanda alla quale non volevo rispondere soltanto con una frase rassicurante.
«Sì.»
«Ma se ieri ti sei spaventato o sei arrabbiato con lui, puoi dirglielo.»
«Non voglio che mi dica di non essere triste.»
«Allora gli diremo che deve ascoltarti.»
Milo riprese a disegnare.
Io invece andai in corridoio, dove trovai Alessandro davanti alla porta dello studio.
«Ha bisogno che tu non gli chieda di dimenticare», gli dissi.
«Non glielo chiederò.»
«E io ho bisogno che tu smetta di controllare il modo in cui scopro le cose.»
Gli chiesi il numero di Monica.
Lui me lo diede, ma gli dissi che avrei chiamato soltanto se lei fosse stata d’accordo.
Non cercavo un testimone da trascinare nel nostro litigio.
Volevo sentire la storia dalla persona alla quale era stata sottratta la possibilità di raccontarla.
Monica accettò di parlarmi quel pomeriggio.
La sua voce era calma, con una cadenza emiliana più marcata di quella di Alessandro.
Mi disse che viveva ancora nei dintorni di Parma e lavorava in una piccola libreria.
Quando le raccontai cosa era successo a Milo, rimase in silenzio per alcuni secondi.
«Derek ha fatto questo?» chiese.
«Sì.»
«Mi vergogno per lui.»
«Non l’ho chiamata perché lei si vergogni.»
«Vorrei capire cosa sapeva di Alessandro.»
Monica fece un respiro lungo.
«Sapevo che gli avevano detto qualcosa di diverso da quello che avevo scritto.»
«Ma non sapevo quanto fosse disposto a crederci.»
Mi spiegò che, dopo la nascita di Derek, aveva provato una seconda volta a contattare Alessandro.
Regina le aveva risposto con una frase che non aveva mai dimenticato: quel bambino non avrebbe dovuto interrompere il futuro di suo figlio.
«Per anni ho pensato di aver fatto bene a proteggere Derek da un rifiuto», disse.
«Poi lui è cresciuto e mi ha chiesto di poter scegliere da solo.»
«Alessandro le ha mai telefonato?»
«No.»
Non c’era rabbia nella risposta.
Proprio per questo mi parve definitiva.
Prima di salutarci Monica mi disse una cosa che appuntai su un foglio.
«Non lasci che Derek usi il male ricevuto come permesso per farne altro.»
La sera arrivò un messaggio di Derek sul telefono di Alessandro.
Chiedeva di ritirare alcune carte che aveva lasciato nell’armadio e sosteneva che Regina gli avesse assicurato che io conoscevo già ogni cosa.
Alessandro gli rispose che avremmo preparato una busta, ma che non sarebbe entrato in casa.
Poi mi mostrò lo schermo senza che glielo chiedessi.
Era un gesto necessario, non una medaglia da consegnargli.
«Gli hai detto che io sapevo?» domandai.
«Mai.»
Derek inviò allora la fotografia di un messaggio che Regina gli aveva scritto pochi giorni prima.
Sul display lessi: «Elisa è informata. Milo dovrà adattarsi. Alessandro non avrà il coraggio di opporsi, ma vedrai che alla fine mi ringrazierà».
Non era una prova che Derek fosse innocente.
Era la prova che qualcuno aveva costruito quella scena con cura.
Regina non era entrata per aiutare un nipote senza casa.
Aveva scelto proprio la stanza di Milo, sapendo che ciò che avrebbe ferito lui avrebbe costretto anche me a reagire.
Alessandro lesse il messaggio due volte.
«Mi aveva detto che voleva incontrare Derek da sola», mormorò.
«Non pensavo che arrivasse a questo.»
«Non bastava non pensarci», risposi.
La mattina seguente avremmo dovuto decidere come tenere lontana Regina da nostro figlio senza trasformare tutta la sua infanzia in una guerra.
Ma quando tornai da Milo per dargli la buonanotte, lui mi fece una domanda ancora più difficile.
«Se Derek è il figlio di sangue di papà, allora io posso smettere di essere suo figlio anche senza volerlo?»
Per capire come avremmo risposto a quella paura, e quale responsabilità Derek avrebbe dovuto assumersi, leggi la Parte 4.













