La voce di Elena Varani mi accompagnò per tutta la notte.
Avevo annotato il suo numero su un foglio, ma non la richiamai subito.
Lucia mi aveva chiesto di non incontrare sconosciuti senza verificare chi fossero, soprattutto dopo il messaggio di Grant.
Al mattino le trasmisi il nome e ciò che Elena mi aveva detto.
«La conosco di reputazione», rispose Lucia dopo qualche ricerca nei documenti pubblici che aveva già raccolto.
«Era una consulente tecnica per la sicurezza antincendio. Il suo nome compare in un procedimento relativo a un albergo del gruppo Whitaker.»
Ci vedemmo in una piccola sala riunioni dello studio, non in un parcheggio come Elena aveva proposto inizialmente.
Quando entrò, vidi una donna sulla cinquantina, con gli occhiali appesi a una catenella e una cartellina di cartone consumata.
Non sembrava una persona venuta a vendermi un segreto.
Sembrava qualcuno che aveva passato troppo tempo a tentare di farsi ascoltare.
«Due anni fa», cominciò, «un incendio scoppiò all’Hotel Lanterna di Genova, una struttura del gruppo di suo marito. C’erano ospiti, lavoratori stagionali e famiglie che avevano prenotato per un congresso.»
Ricordavo quella notizia.
Un corridoio pieno di fumo, alcune persone finite in ospedale e un manutentore morto mentre aiutava gli altri a uscire.
Grant aveva partecipato a una conferenza stampa, promettendo assistenza e una verifica completa delle responsabilità.
Io, allora, avevo pensato che stesse facendo la cosa giusta.
«Mi chiamarono per valutare le uscite di emergenza prima dell’incendio», continuò Elena.
«Il mio rapporto segnalava alcune porte antincendio malfunzionanti e interventi urgenti che non potevano essere rimandati. Quel rapporto non arrivò mai ai responsabili operativi nella forma in cui l’avevo consegnato.»
Aprì la cartellina e mostrò due versioni dello stesso documento.
La prima portava le sue osservazioni, la seconda una conclusione che dichiarava gli interventi sostanzialmente completati.
La firma in calce sembrava identica.
«Non ho firmato questa seconda versione», disse, posando un dito sulla riga.
«Ho conservato l’invio originale con data e ricevuta. Le autorità hanno già una parte del materiale, ma la società contesta tutto.»
«E i soldi?» chiesi.
Elena si tolse gli occhiali.
«Dopo l’incendio sono stati costituiti accantonamenti e stanziati fondi per risarcimenti e accordi con gli aventi diritto. Negli ultimi mesi alcune somme sono finite sotto il controllo di società che non avrebbero dovuto disporne liberamente.»
Precisò che non aveva accesso alla contabilità completa e non poteva giurare che tutti i 3,8 milioni provenissero dal medesimo fondo.
Aveva però ricevuto da una persona dell’amministrazione una copia di un prospetto interno che indicava un trasferimento verso un rapporto riconducibile al mio nome.
La data coincideva con quella stampata dalla banca.
Sentii la nausea.
Quel numero smise di essere una cifra astratta.
Cominciai a vedere famiglie che aspettavano ancora risposte, un uomo che non sarebbe tornato a casa e un marito che aveva sorriso in tribunale mentre sulla sua scrivania circolavano trasferimenti intestati a me.
«Perché non mi ha cercata prima?» domandai.
«Non conoscevo lei. Ho visto il suo nome soltanto due giorni fa, quando qualcuno mi ha mostrato la pagina dei movimenti.»
«Chi?»
«Una persona che lavora ancora per Grant. Non posso rivelarlo senza il suo consenso.»
Lucia prese appunti e ci fermò entrambe.
Elena avrebbe dovuto consegnare i documenti attraverso un canale formale, per consentire di controllarne provenienza e integrità.
Non era sufficiente mostrare una fotocopia a una madre spaventata.
Quel richiamo mi irritò per un istante, poi pensai a quanto facilmente Grant avrebbe potuto accusarmi di aver falsificato qualsiasi prova.
Chiesi a Elena se credeva che mio figlio sapesse qualcosa.
La donna esitò.
«Non lo so. Ma tre settimane fa sono andata alla sede del gruppo per chiedere una rettifica. Mentre aspettavo in corridoio ho visto Owen uscire dall’ufficio di suo padre. Piangeva.»
«Perché?»
«Grant gli ha messo una mano sulla spalla e gli ha detto di smetterla di fare domande su sua madre. Non ho sentito altro.»
Quella scena mi fece ricordare particolari che avevo scartato.
Owen era tornato da una visita dal padre senza voler raccontare cosa avessero fatto.
Aveva chiesto se una persona potesse finire nei guai anche senza aver commesso nulla.
Io avevo pensato a un litigio tra compagni di scuola.
Gli avevo risposto che la verità, prima o poi, aiutava a rimettere le cose al loro posto.
Una risposta rassicurante, ma troppo semplice.
A metà mattina arrivò finalmente la chiamata prevista con Owen.
Sullo schermo comparve la sua faccia, con una parete bianca alle spalle.
Aveva gli occhi arrossati e parlava a voce bassa.
«Ciao, mamma.»
«Ciao, amore. Come stai?»
«Bene. Sono stanco.»
Avrei voluto chiedergli della carta.
Lucia, seduta davanti a me, scosse appena la testa.
«Hai mangiato?» domandai invece.
«Sì. Papà dice che fra poco inizierò la scuola.»
«Dove siete?»
Owen abbassò lo sguardo.
«A casa.»
Dietro di lui qualcuno si mosse.
La voce di Grant ordinò di concludere.
«Ti voglio bene», disse Owen in fretta.
«Anch’io, più di quanto riesca a dire.»
La chiamata si interruppe.
Rimasi seduta con il telefono in mano, mentre Lucia annotava l’orario e ciò che eravamo riuscite a vedere.
Non potevamo dedurre la località da una parete.
Potevamo però registrare che Grant non aveva consentito una conversazione riservata come previsto dal provvedimento.
Nel pomeriggio Elena consegnò i suoi documenti agli investigatori tramite Lucia e mise a disposizione le ricevute originali.
Io firmai una nuova integrazione alla denuncia, spiegando le domande che Owen mi aveva fatto dopo la visita al padre.
Non mi sentivo coraggiosa.
Mi sentivo in ritardo.
Poco prima di cena la scuola mi inoltrò, su mia richiesta, una copia di una nota già presente nel fascicolo di Owen.
Era stata redatta dalla consulente scolastica dopo un colloquio avvenuto cinque giorni prima dell’udienza.
Non avevo mai ricevuto quella segnalazione perché la comunicazione era rimasta in attesa di un confronto con entrambi i genitori.
In fondo c’era una frase riportata tra virgolette, attribuita a mio figlio: «Se scelgo la mamma, papà dice che sarà colpa mia quando lei verrà portata via».
Fu allora che compresi che la sua scelta in tribunale non era nata davanti alla giudice.
Qualcuno aveva cominciato a costruirla molto prima.
Per sapere che cosa Owen era stato costretto a credere e chi poteva confermarlo, leggi la Parte 4.













