Non scesi ad aprire il portone.
Rimasi accanto a Teresa, con una mano sul bordo del tavolo, finché il respiro non tornò regolare.
Poi premetti il pulsante del citofono.
«Tommaso, non parlerò da sola con te.»
«Sono tuo figlio, non uno sconosciuto.»
«Lo so bene.»
Ci fu una pausa.
Sentii un’automobile passare nella strada e una voce lontana chiamare qualcuno.
Mio figlio era a pochi metri da me, dietro una porta che avrei potuto aprire con un dito.
Era la prima volta che non lo facevo per il semplice fatto che me lo chiedeva.
«Teresa può essere presente», continuai. «Oppure possiamo concordare un incontro nello studio di Lorenzo.»
«Hai bisogno di testimoni per parlare con me?»
«Ho bisogno di sentirmi al sicuro.»
«Stai esagerando. È questo il problema. Una discussione privata è diventata una denuncia.»
Rimasi immobile.
Il modo in cui aveva pronunciato «discussione» mi fece stringere gli occhi.
Trenta schiaffi erano diventati una discussione.
La stessa riduzione che avevo praticato io ogni volta che lui mi trattava con disprezzo.
«Puoi parlarmi davanti a Teresa», ripetei.
Lui rifiutò.
Prima di andarsene, gridò che avevo distrutto la sua vita e che gli avevo tolto tutto per vendetta.
Non replicai.
Lo ascoltai allontanarsi, con il rumore dei passi che si perdeva sul marciapiede.
Per diversi minuti rimasi a fissare il citofono.
Avevo la tentazione di richiamarlo per dirgli che, se fosse tornato più calmo, avremmo potuto parlare.
Era un impulso antico: anticipare la sua rabbia, offrirgli una via d’uscita, evitare che si sentisse rifiutato.
Presi invece un foglio e annotai esattamente quello che era successo, compresi gli orari e le parole che ricordavo.
Non per preparare un’altra battaglia, ma perché il giorno seguente non volevo cominciare a dubitare di me stessa.
Chiesi a Teresa di conservare quel foglio con i messaggi.
Poi disattivai le notifiche del telefono senza bloccare il numero del mio avvocato.
Potevo continuare a sapere ciò che era necessario senza offrire a Tommaso un posto continuo nella mia giornata.
Teresa tolse la cornetta dalla mia mano.
«Vuoi che ti faccia un tè?»
Quella domanda banale mi fece piangere.
Era la prima volta, dalla festa, che lasciavo uscire le lacrime.
Non piangevo per la casa venduta.
Piangevo per aver desiderato, persino mentre mi insultava dal citofono, sentire una sola frase: mamma, ti ho fatto male.
Il giorno dopo Lorenzo mi suggerì di sospendere ogni contatto diretto per un periodo e di affidare gli aspetti pratici ai professionisti.
Accettai senza chiedergli di scegliere per me.
Organizzammo anche il recupero degli effetti personali che avevo lasciato nella villa, in particolare una scatola di fotografie e alcuni libri di Alberto.
Non erano molti: da anni Cristina mi aveva fatto capire che ogni oggetto mio rappresentava un’invasione.
Il sopralluogo, concordato con l’avvocata Silvia Riva e con la coppia che occupava la casa, avvenne il martedì seguente.
Io non entrai.
Aspettai da Teresa, mentre un incaricato verificava lo stato dell’immobile e consegnava un elenco degli oggetti da ritirare.
Cristina volle che ogni passo fosse scritto.
Era un suo diritto, e non avevo intenzione di negarglielo solo perché mi aveva fatto del male.
Quando arrivò la scatola, però, mancava una fotografia.
Era quella in cui Alberto teneva Tommaso bambino sulle spalle davanti al lago di Como.
Ricordavo di averla vista sul pianoforte all’ultima visita.
Chiesi a Lorenzo di verificare se fosse stata spostata, senza accusare nessuno di averla rubata.
Avevo scelto quella cornice io, un pomeriggio d’autunno, perché Alberto odiava le fotografie troppo solenni.
In quella del lago, invece, rideva mentre Tommaso gli tirava i capelli.
Non era una prova che nostro figlio fosse destinato a diventare buono, né un documento per negare la violenza.
Era il ricordo di una giornata vera.
Non sopportavo che anche quella dovesse andare perduta per una lite sul possesso di una casa.
«Una fotografia non vale una causa», disse Teresa.
«Lo so. Ma desidero sapere dove sia finita.»
«Allora chiediamolo.»
Mi accorsi che tra noi funzionava così.
Io potevo volere qualcosa senza dover immediatamente trasformarlo in una guerra o rinunciarvi per evitare fastidi.
Era una libertà minuscola, che avevo quasi dimenticato.
Due giorni più tardi mi scrisse Davide, un amico di vecchia data di Tommaso.
Non aveva partecipato alle telefonate della famiglia e non era venuto a chiedermi nulla.
Mi domandò soltanto se Lorenzo potesse contattarlo.
Quando parlarono, spiegò che quella sera stava registrando un breve video del brindisi e che il telefono era rimasto acceso nei primi istanti della lite.
Era proprio l’invitato che Marta aveva visto abbassare il telefono quando Tommaso gli aveva urlato di smettere.
Si vedevano la spinta e alcuni schiaffi, non tutto ciò che era accaduto.
Davide era imbarazzato.
Aveva nascosto il video perché temeva di perdere l’amicizia di Tommaso e perché sperava che la situazione si risolvesse da sola.
Alla fine aveva capito che il suo silenzio aiutava soltanto la versione di chi mi aveva colpita.
Consegnò il filmato, con la data originale, affinché fosse valutato insieme agli altri elementi.
Non lo guardai subito.
Avevo già nella memoria ogni movimento di quella sera.
Lorenzo mi disse che non ero obbligata a rivivere tutto davanti allo schermo per dimostrare a me stessa di sapere la verità.
Mi bastò sapere che non sarei stata l’unica a raccontarla.
Nel frattempo, l’agenzia che rappresentava Elena Riva confermò un calendario per il rilascio concordato della villa.
Le condizioni dell’accordo e le comunicazioni formali lasciavano a Tommaso e Cristina il tempo di cercare un’altra sistemazione.
Non ero parte di ogni discussione successiva, perché la proprietà non era più mia.
Mi interessava soltanto che nessuno fingesse di aver ricevuto un ordine inesistente di andarsene il giorno stesso.
Una domenica uscii a camminare con Teresa.
Entrammo in una piccola cartoleria e comprai un quaderno dalla copertina blu.
Non per annotare vendette o spese, ma per scrivere le cose che avevo smesso di fare negli ultimi anni.
Ci misi una parola semplice: riposare.
Sotto ne aggiunsi un’altra: decidere.
A casa, il telefono di Teresa squillò.
Era Cristina.
Mia sorella ascoltò per pochi secondi, poi mi porse il ricevitore senza dire nulla.
«Gloria, so che non vuoi sentire Tommaso», esordì mia nuora. «Ma devo parlarti io. Stavolta senza di lui.»
«Di che cosa?»
Inspirò rumorosamente.
«Di quello che è successo alla festa. E di ciò che Tommaso mi aveva detto sulla casa prima di quella sera.»
Rimasi con la cornetta contro l’orecchio.
Cristina era rimasta immobile mentre suo marito mi colpiva.
Non sapevo se adesso cercasse un accordo o se fosse finalmente pronta a dire la verità.
Per scoprire che cosa Cristina ammise e quale scelta dovetti fare ascoltandola, continua con la Parte 6.













