Non dormii quasi nulla.
Continuavo a vedere la mia firma stampata in fondo a quel foglio, con la seconda lettera del cognome troppo stretta e la curva finale che non avevo mai imparato a fare in quel modo.
Avevo firmato migliaia di ricevute nella mia vita.
Sapevo riconoscere la mia mano anche quando tremava per la stanchezza.
Al mattino Giulia mi chiese di andare in studio senza aspettare.
Sulla scrivania c’erano due cartelle: una riguardava la casa, l’altra le richieste di credito presentate da Amanda.
L’istituto aveva risposto che il documento non costituiva una garanzia valida e che nessuna ipoteca risultava concessa da me.
Era stato però allegato alla richiesta di riesame di alcuni debiti, insieme a una fotocopia del mio documento.
L’operazione era ancora in fase di valutazione e le verifiche avrebbero impedito che procedesse sulla base di quelle carte.
Provai un sollievo così rapido da farmi venire le lacrime.
Subito dopo arrivò la rabbia.
«Chi l’ha consegnato?» chiesi.
«Risulta inviato dalla casella utilizzata da Amanda per le sue pratiche», disse Giulia.
«Dovremo verificare come sia stato preparato e chi abbia avuto accesso ai documenti.»
Mi mostrò la data.
Era di tre giorni precedente all’ultimatum nel salotto.
Dunque, quando Michele aveva detto «firma qui», qualcuno aveva già messo in circolazione una presunta disponibilità da parte mia.
Non si trattava soltanto di un tentativo disperato nato durante una discussione.
C’era stata una preparazione, anche se non sapevamo ancora da parte di chi.
Giulia mi spiegò la differenza fra il sospetto e ciò che potevamo provare.
Avevamo la mia dichiarazione, la copia del documento inviato, le intestazioni delle comunicazioni e la necessità di preservare gli originali.
Non avevamo ancora elementi sufficienti per attribuire a una persona specifica ogni passaggio.
Le chiesi di occuparsene senza anticipare conclusioni per il semplice desiderio di colpire qualcuno.
Quello stesso pomeriggio Michele venne allo studio.
Arrivò da solo e si fermò sulla soglia con il cappotto ancora bagnato.
Mi colpì vederlo così pallido.
Per un istante mi sembrò il bambino che aspettava fuori dall’ambulatorio del dentista.
Ma adesso avevamo entrambi un’età in cui la paura non poteva più cancellare le responsabilità.
«Amanda mi ha detto che hai bloccato la trattativa», esordì.
«Ho chiesto che non usino il mio nome per pagare un debito che non ho contratto.»
Giulia gli fece vedere la copia del foglio.
Michele la prese e rimase a lungo immobile.
«Questa non è la firma di mamma», disse alla fine.
«Lo sai con certezza?» domandò Giulia.
«Scrive la E in un altro modo. Me lo faceva notare quando firmava i permessi a scuola.»
Fu una frase piccola, ma mi ferì più di quanto avessi previsto.
Conosceva ancora quella parte di me.
Eppure non aveva usato la stessa attenzione per ascoltarmi nel nostro salotto.
«Amanda mi ha detto che c’era già un accordo», sussurrò.
«Tu gliel’hai chiesto?»
Michele scosse la testa.
Dopo qualche secondo ammise che Amanda gli aveva chiesto di cercare il mio documento nella cassettiera dell’ingresso.
Lui sapeva dove lo conservavo.
L’aveva preso e fotografato con il telefono, dicendosi che si trattava soltanto di una formalità.
«Non pensavo che lo avrebbe usato così.»
Non gli risposi subito.
Il problema non era soltanto ciò che Amanda aveva fatto con quell’immagine.
Il problema era che mio figlio aveva scelto di frugare tra le mie cose invece di farmi una domanda.
«Quando hai cominciato a pensare che tutto ciò che possiedo sia anche tuo?» gli chiesi.
Abbassò gli occhi.
«Quando papà è morto, credo. Amanda diceva che dovevamo pensare al futuro.»
«Io ero ancora viva, Michele.»
Giulia rimase in silenzio, lasciando che quelle parole trovassero posto nella stanza.
Mio figlio non cercò più di dirmi che avevo frainteso.
Disse soltanto che non sapeva quanto fosse grave la situazione di Amanda e che lei continuava a ripetere di aver bisogno di una garanzia entro poche settimane.
«Perché cinquecentomila euro?» domandai.
Michele sfregò le mani.
Mi raccontò di un progetto di case vacanza che Amanda aveva finanziato con prestiti, anticipi e promesse di rendimenti.
All’inizio lui aveva visto fotografie di appartamenti da ristrutturare e tabelle di guadagni futuri.
Poi erano arrivate rate sempre più alte, penali per impegni non rispettati e lettere che Amanda aveva nascosto in un cassetto.
Lui aveva scoperto l’entità del problema soltanto da poco, ma aveva accettato di farmelo pagare pur di non affrontarla.
«Non so più cosa sia vero», confessò.
«Allora comincia da quello che hai fatto tu.»
Michele rimase con noi per quasi un’ora.
A un certo punto confessò che, dopo la morte di Pietro, aveva smesso di chiedermi come stessi.
Aveva interpretato i miei inviti a pranzo e le mie offerte di aiuto come la prova che non avessi più bisogno di niente per me.
Gli dissi che la solitudine di una vedova non rende la sua vita disponibile a chiunque voglia riempirla.
Lui passò una mano sugli occhi e si scusò per aver fotografato il documento senza domandare.
Gli chiesi di non confondere quella scusa con la fine della questione.
Volevo sapere dove fosse andata l’immagine, quante copie ne esistessero e che cosa contenessero le altre carte.
Michele disse che avrebbe controllato i propri messaggi, anche quelli che avrebbe preferito non rileggere.
Giulia gli spiegò che avrebbe dovuto conservare messaggi e documenti, senza cancellare nulla e senza tentare una soluzione segreta.
Quando se ne andò, mi chiese se potesse chiamarmi la sera.
Non gli dissi di no, ma neppure che tutto sarebbe tornato come prima.
Più tardi Teresa mi accompagnò a fare una passeggiata lungo una via tranquilla di Chieri.
Mi chiese se avessi intenzione di ritirare le lettere, ora che Michele sembrava spaventato.
Pensai a mio marito, che ogni volta che nostro figlio rompeva un vetro gli insegnava prima a raccogliere i cocci e poi a chiedere scusa.
«No», risposi.
«La paura è soltanto l’inizio. Voglio vedere che cosa sceglierà quando dovrà dire la verità ad Amanda.»
Rientrando, trovai una telefonata di Michele.
Non aveva lasciato messaggi, ma poco dopo mi scrisse: «Amanda dice che tu avevi promesso la casa. Vuole mostrarmi una registrazione».
Non ricordavo nessuna promessa simile.
Eppure la parola «registrazione» bastò a farmi capire che la seconda battaglia non si sarebbe combattuta soltanto sulle carte.
Per sapere quale conversazione Amanda aveva conservato e che cosa ne mancava, continua con la Parte 4.













