Abbassai la maniglia e spinsi la porta.
Per un istante rimase incastrata contro qualcosa, poi cedette abbastanza da lasciarmi vedere una figura rannicchiata tra un armadio e un tavolo coperto di polvere.
«Fatti da parte, per favore», dissi a Lily.
La donna alzò il viso.
Aveva i capelli scuri raccolti in modo disordinato e una cicatrice sottile vicino al sopracciglio sinistro.
Conoscevo quella cicatrice.
L’aveva da quando, durante una vacanza, una finestra le si era chiusa contro il viso.
«Elena?»
La mia voce uscì così piano che quasi non la riconobbi.
Elena Marchetti, la madre di Lily, si aggrappò al bordo del tavolo per rimettersi in piedi.
Era dimagrita.
Aveva una mano premuta contro il polso e sembrava troppo stanca perfino per essere sorpresa di vedermi.
«Prima chiudi la porta agli altri», sussurrò.
«Qui ci sono delle lettere che Vanessa non deve portare via.»
Alle mie spalle, Lily si fece avanti.
«Mamma?»
Elena smise di guardarmi.
Gli occhi le si riempirono di lacrime, ma non allargò le braccia come avevo immaginato mille volte nel tentativo di spiegare a mia figlia un eventuale ritorno.
Si inginocchiò lentamente, lasciando tra loro un piccolo spazio.
«Ciao, amore», disse.
«Sono qui.»
Lily la abbracciò con tanta forza da farle perdere l’equilibrio.
Mi avvicinai per sorreggerle e sentii Elena trattenere un gemito.
Quando mi guardò, capii che non voleva essere toccata da me.
Non ancora.
Dietro di noi qualcuno pronunciò il nome di Vanessa.
Mi voltai e la vidi avanzare, gli occhi fissi su un piccolo raccoglitore azzurro che Elena stringeva contro il petto.
«Daniel, non sappiamo nemmeno chi sia questa donna», disse.
«Sappiamo benissimo chi è», risposi.
«E tu lo sai più di tutti.»
Vanessa aprì la bocca, poi la richiuse.
Le chiesi perché avesse chiuso quella porta.
Lei disse che aveva pensato a una sconosciuta entrata senza invito, che temeva per i nostri ospiti e che la serratura si era bloccata.
«Mi hai spinta dentro», intervenne Elena.
«Poi hai girato la chiave e mi hai detto che nessuno avrebbe creduto a una donna scomparsa per tre anni.»
Tre anni.
Lily ne aveva cinque l’ultima volta che avevo visto sua madre.
Avevo raccontato quella giornata a me stesso così tante volte da averne consumato tutti i dettagli: un litigio sulla nostra stanchezza, una valigia non più nell’armadio, un biglietto sul tavolo della cucina.
Elena, secondo quel biglietto, non voleva più vivere con noi.
«Perché sei qui?» domandai.
«Perché ho passato mesi a cercare di parlarti senza riuscirci», rispose.
«E oggi ho scoperto dove erano finite alcune delle mie lettere.»
La guardai, incapace di formulare la domanda che davvero mi bruciava.
Non se mi amasse ancora.
Non perché non fosse tornata prima.
Volevo sapere chi, tra noi, aveva mentito a Lily.
«Daniel», disse mia zia Teresa dalla soglia.
Teresa era la proprietaria della villa.
Quando Lily era piccola ci ospitava spesso per le vacanze, e Vanessa aveva proposto proprio quella casa per il fidanzamento, dicendo che i ricordi di famiglia avrebbero reso la serata speciale.
Teresa aveva accettato, anche se negli ultimi mesi ci eravamo visti pochissimo.
«L’ho fatta entrare io dal giardino», continuò Teresa.
«Mi aveva chiesto di ritirare alcuni documenti prima che cominciassero i brindisi.»
«E non hai pensato di avvertirmi?»
«Ci ho pensato», rispose.
«Ma ho promesso a Elena che avrebbe potuto decidere lei quando raccontarti la sua storia.»
Elena abbassò lo sguardo.
«Non volevo entrare nella sala», spiegò.
«Teresa mi aveva detto che in quella stanza c’era il materiale che cercavo.
Vanessa mi ha vista nel corridoio.
Quando ho provato a uscire, mi ha sbarrato il passaggio.»
Lily mi strinse la mano.
Aveva smesso di piangere, ma teneva gli occhi su Elena come se, distogliendoli anche per un momento, potesse perderla di nuovo.
Mi resi conto che il mio primo impulso era stato quello di interrogare sua madre davanti a tutti, senza domandarmi che cosa avrebbe provocato a una bambina.
In tre anni avevo imparato a proteggerla da parole scomode, non dalla loro assenza.
«Vieni con me un momento», le proposi.
«Possiamo parlare in cucina, se preferisci.»
Lily scosse la testa.
«Voglio restare qui, ma non voglio che litigate.»
Elena si portò una mano al viso e respirò lentamente.
«Non siamo qui per litigare con te», rispose.
«Quello che dobbiamo chiarire riguarda gli adulti.»
«Io l’ho sentita dire il mio nome», mormorò.
«Sono venuta qui perché mi sembrava la voce delle registrazioni.»
Di Elena conservavo ancora sul telefono una vecchia ninnananna cantata a Lily quando era più piccola.
Gliel’avevo fatta ascoltare quando me l’aveva chiesta, senza mai pensare che un giorno avrebbe riconosciuto quella voce dietro una porta.
«E la chiave?» domandai.
«La mamma me l’aveva mostrata quando giocavamo a nascondino qui», rispose Lily.
«Mi aveva detto che dovevo usarla solo se qualcuno restava chiuso dentro.»
Per la prima volta quella sera Elena sorrise.
Fu un sorriso piccolo, ma autentico.
In sala sentimmo la musica interrompersi definitivamente.
Mia sorella Giulia, richiamata da Teresa, accompagnò gli invitati verso il cortile perché Lily potesse respirare senza decine di occhi addosso.
Le chiesi anche di restare vicina a noi, ma di non lasciare avvicinare Vanessa ai documenti.
Vanessa incrociò le braccia.
«State facendo un processo davanti a una bambina», disse.
«No», risposi.
«Sto cercando di capire come sua madre sia finita chiusa in una stanza.»
Elena aprì il raccoglitore su un tavolo pulito da Teresa.
All’interno c’erano buste, ricevute postali e copie di lettere piegate con cura.
Su molte buste riconobbi il mio indirizzo.
Sui fogli, la calligrafia di Elena.
«Ti scrivevo dall’istituto di riabilitazione», disse.
«All’inizio potevo farlo soltanto dettando le parole a un’infermiera.
Poi ho ripreso a scrivere da sola.»
Sentii il sangue ritirarsi dal viso.
Non sapevo nemmeno che fosse stata in un istituto di riabilitazione.
«Io non ho ricevuto niente», dissi.
«Lo so adesso.»
Estrasse una ricevuta di raccomandata e la posò davanti a me.
L’indirizzo era giusto.
La data risaliva a nove mesi prima.
Accanto alla voce che indicava l’avvenuta consegna compariva una firma che voleva assomigliare alla mia.
«Quella non è la mia firma», dissi.
Elena annuì.
«È proprio da lì che ho cominciato a cercare.»
Riguardai il foglio, poi Vanessa.
Quella busta era stata consegnata nella casa in cui vivevo con mia figlia.
Qualcuno l’aveva ritirata al posto mio.
E l’unica persona che conosceva già il contenuto delle lettere sembrava aver tentato, pochi minuti prima, di impedirci di aprire una porta.
Chi aveva firmato quella ricevuta, e quante altre cose avevo accettato senza verificarle?
Per capire da dove erano arrivate quelle lettere e perché non le avevo mai viste, continua con la Parte 3.













