In fondo al rapporto c’era una riga stampata in caratteri piccoli: tutti gli addetti presenti avrebbero dovuto confermare di non aver assistito ad alcun contatto fisico con la cliente.
Sotto erano stati lasciati sei spazi per le firme.
Mi sembrò di sentire di nuovo il fischio nell’orecchio.
«Chi l’ha scritto?» chiesi.
Daniele indicò il nome dell’ufficio amministrativo dell’hotel.
«Me l’ha portato un assistente del direttore.
Ha detto che serviva a chiudere l’incidente prima che finisse la serata.»
«E tu che cosa hai risposto?»
«Che non potevo firmare una cosa falsa.»
Abbassò la voce.
«Mi hanno detto di pensarci bene.»
Osservai il foglio con attenzione.
Non c’era ancora nessuna dichiarazione definitiva né una firma che avesse valore di testimonianza.
Era una bozza, ma bastava a mostrare la direzione nella quale qualcuno stava cercando di spingere la vicenda.
Restituii la cartellina a Daniele.
«Conservala.
Non modificarla e non farla sparire.
Domani deve arrivare a chi può esaminarla in modo indipendente.»
Lui annuì, poi sembrò esitare.
«Se la consegno, potrei perdere il posto.»
«Non ti chiederò di rischiare da solo», risposi.
«Ma non posso scegliere al posto tuo.»
Per la prima volta da quando ci conoscevamo, Daniele mi raccontò di avere un mutuo e una figlia all’università.
La sua paura non rendeva giusto il silenzio, ma lo rendeva comprensibile.
Il direttore dell’hotel, Enrico Sala, ci raggiunse pochi minuti dopo.
La sua prima domanda non riguardò la mia guancia, né la sicurezza dei dipendenti.
«Possiamo risolvere tutto senza coinvolgere altri uffici?»
Daniele guardò me.
«Dipende da che cosa intende per risolvere», dissi.
Sala assicurò che avrebbe pagato la pulizia dell’abito, anche se non aveva ancora accertato le responsabilità.
Gli risposi che avrebbe dovuto trattare il danno materiale separatamente dall’aggressione.
L’una cosa non giustificava l’altra.
«C’è anche un rapporto con una ricostruzione inesatta», aggiunsi.
Il direttore impallidì appena.
«È soltanto una prima stesura.»
«Allora non sarà difficile ritirarla e registrare le testimonianze reali.»
Non rispose immediatamente.
Roberto arrivò mentre stavamo parlando.
Non fece la scenata che mi aspettavo.
Chiese di leggere il documento e poi domandò chi avesse autorizzato quella formula.
Sala disse che l’ufficio aveva seguito una prassi usata quando un ospite presentava una contestazione.
«Una prassi che richiede alle persone di negare ciò che hanno visto?» domandò Roberto.
«No.
Certo che no.»
Roberto si voltò verso Daniele.
«Può portare una copia all’ufficio del personale senza passare dal direttore?»
«Sì», rispose Daniele, dopo una lunga pausa.
«Lo farò.»
Roberto propose anche che la direzione conservasse le eventuali registrazioni disponibili, senza promettere che una telecamera avesse ripreso proprio l’istante dello schiaffo.
Non volevamo costruire una certezza sopra qualcosa che non avevamo ancora verificato.
Rimanemmo qualche minuto soli.
Roberto guardò la divisa che indossavo.
«Ti ho invitato a questo gala per parlare di opportunità», disse.
«E ti ho trovato mentre ti facevano uscire dalla sala.»
«Non è stata un’eccezione», risposi.
«Questa è la parte difficile da accettare.»
Tavola Aperta era nata tre anni prima, dopo che avevo lasciato l’ultimo impiego stabile nella ristorazione.
Avevo cominciato con corsi serali organizzati insieme a due ex colleghi, spiegando come documentare i turni, leggere un contratto e chiedere aiuto quando qualcosa non andava.
Poi erano arrivati alberghi disposti a offrire tirocini retribuiti e aziende che avevano capito che personale preparato significava anche un servizio migliore.
La rete era cresciuta senza diventare perfetta.
Avevamo ancora liste d’attesa e più richieste di quante potessimo accogliere.
Quella sera avrei dovuto annunciare l’apertura di due nuovi percorsi formativi.
Il finanziamento, però, non era ancora definitivo.
Una parte dei fondi dipendeva da accordi che Roberto stava negoziando con alcune società del settore.
Fra i nomi dei possibili sostenitori compariva anche il gruppo alberghiero della famiglia Bellandi.
Lo sapevo già.
Non avevo capito, fino a pochi minuti prima, quanto quel legame avrebbe complicato ogni decisione.
Roberto seguì il mio sguardo verso il programma del gala.
«Vittoria è qui anche per quella trattativa», ammise.
«È incaricata di rappresentare il gruppo in questa fase.»
«Allora non voglio che tu mi difenda perché temi una cattiva fotografia sui giornali.»
«Ti difendo perché quello che è accaduto è sbagliato.»
«Dimostramelo quando non ci sarà più nessuno a guardare.»
Rientrammo in sala per proseguire il programma, ma chiesi di rinviare il mio intervento di qualche minuto.
Avevo bisogno di parlare con le persone che avevano visto l’incidente, non di costruire una versione comoda da raccontare ai finanziatori.
Vicino al tavolo dodici incontrai l’uomo che aveva spostato la sedia all’indietro.
Era rimasto a lungo in disparte.
Si presentò come Paolo e confessò di essere stato lui a provocare il movimento improvviso.
«Non avevo guardato dietro di me», disse.
«Ho visto che cercavi di evitarmi.
Mi vergogno di non averlo detto prima.»
«Può riferirlo alla direzione?»
«Sì.
E posso anche dire che Vittoria ti ha colpito.»
Lo ringraziai.
Non avevo bisogno di un alleato ricco; avevo bisogno di qualcuno disposto a dire la verità senza essere costretto.
Quando tornai nel corridoio, Luca aspettava vicino agli armadietti.
Sembrava più pallido di prima.
Mi mostrò il telefono.
L’agenzia gli aveva comunicato che il turno del mattino seguente era stato sospeso, senza alcuna spiegazione.
Il messaggio non provava un collegamento con quanto era accaduto al gala.
I turni interinali cambiavano spesso, e lo sapeva anche lui.
Ma erano passati pochi minuti dalla sua decisione di parlare.
«Forse è una coincidenza», disse.
Poi si morse il labbro.
«O forse hanno già deciso che sono un problema.»
Gli chiesi di non cancellare il messaggio e di non rispondere sotto l’effetto della paura.
Gli promisi soltanto che avremmo cercato una spiegazione verificabile.
Prima di salire sul palco, Roberto mi raggiunse con una notizia.
Vittoria aveva chiesto un incontro riservato prima di confermare l’accordo con Tavola Aperta.
«Vuole che questa storia non abbia seguito», mi disse.
La musica di sottofondo riprese nel salone, dove gli ospiti aspettavano ancora il mio discorso.
Guardai il messaggio sul telefono di Luca, poi la cartellina azzurra nelle mani di Daniele.
Non sapevo se le due cose fossero collegate.
Sapevo però quale domanda avrei fatto a Vittoria prima di discutere di denaro.
Per scoprire che cosa chiesi a Vittoria e quale risposta ottenni, continuate con la Parte 4.













