Il silenzio durò abbastanza perché sentissi Noè respirare contro la spalla di Elena.
Margherita rimase sulla soglia, come se bastasse non rispondere a far scomparire la domanda.
«Andiamo a vedere quella porta», dissi.
«Prima bisognerebbe sistemare il salotto.
I bambini non devono assistere a discussioni tra adulti.»
«Allora non discuteremo davanti a loro.
Elena, resta qui con Nico e Noè.»
Nico protestò quando lo posai sul tappeto.
Mi chinai, gli baciai i capelli e promisi che sarei tornato subito, senza sapere se una promessa pronunciata da me significasse ancora qualcosa per lui.
Il corridoio della cameretta aveva lo stesso odore di sapone e legno lucidato che ricordavo da ragazzo.
La porta bianca, decorata con due piccoli uccelli di stoffa, sembrava identica a quella che avevo fatto montare prima della nascita dei gemelli.
Solo avvicinandomi vidi la serratura supplementare, un piccolo cilindro di metallo collocato sopra la maniglia, sul lato esterno.
Provai a girarlo.
Uno scatto secco bloccò la porta.
«Chi ha autorizzato questo lavoro?»
«L’ho fatto installare io.
I bambini devono stare al sicuro», disse Margherita.
«Al sicuro da cosa?»
«Da scale, correnti d’aria, persone che entrano senza bussare.
Quando dormono, non serve che la tata continui a disturbarli.»
Sbloccai il cilindro.
Nico e Noè non potevano raggiungere la maniglia, figurarsi le scale dall’interno della cameretta.
Quella serratura non impediva a loro di uscire: impediva agli adulti senza chiave di entrare.
«Dov’è la chiave?»
Margherita indicò la tasca del grembiule.
Le chiesi di consegnarmela.
Per la prima volta da quando la conoscevo, esitò prima di obbedire.
«Non intendevo spaventarla.
È un accorgimento temporaneo.»
«Da quanto tempo?»
«Qualche settimana.»
Un rumore di passi ci fece voltare.
Elena era comparsa all’estremità del corridoio con Noè in braccio; Nico sedeva sul tappeto del salotto, nel nostro campo visivo, davanti a una torre di cubi.
«Tre mesi», disse Elena.
«La serratura è lì da tre mesi.»
Margherita sollevò il mento.
«Ti avevo detto di badare ai bambini.»
«Sta facendo proprio questo», risposi.
«Tu, invece, rispondi alla mia domanda.»
«Tre mesi, allora.
Ho perso il conto.»
Presi una fotografia del cilindro, poi una della porta aperta, mostrando chiaramente il lato in cui si trovava.
Non cercavo una prova per vincere una lite.
Avevo bisogno di guardare qualcosa di preciso, perché tutto il resto cominciava a muoversi sotto i miei piedi.
Prima che Margherita si ritirasse nella sala da pranzo, le dissi chiaramente di non avvicinarsi a Nico e Noè finché non avessimo chiarito l’accaduto.
Margherita serrò le labbra, ma non protestò.
Solo allora Elena mi raggiunse, con Noè ancora in braccio.
«Raccontami soltanto quello che hai visto», chiesi a Elena.
«Non quello che immagini.»
«All’inizio chiudeva la porta durante il riposo.
Diceva che i rumori del corridoio li svegliavano.
Poi ha cominciato a farlo quando piangevano.»
«E tu dov’eri?»
«Fuori.
A volte mi mandava in lavanderia o in cucina.
Se tornavo e li sentivo, mi diceva di non aprire, che dovevano imparare a calmarsi.
Ho discusso con lei.
Una volta mi ha tolto la chiave e mi ha detto che, se non seguivo le sue istruzioni, lei avrebbe fatto in modo che perdessi il lavoro.»
La domanda che avevo paura di formulare mi uscì comunque.
«Sono rimasti soli?»
«Sì.
Non so sempre per quanto.
Alcune volte pochi minuti.
Altre abbastanza da farmi venire il panico.
Rimanevo davanti alla porta e parlavo attraverso il legno.
Non riuscivo a prenderli.»
Sentii vergogna prima ancora della rabbia.
Durante quelle ore, quasi certamente, ero stato in riunione a parlare di scadenze e responsabilità.
«Perché non mi hai telefonato?»
Elena guardò il pavimento.
«Ci ho provato una sera.
Ha risposto Margherita dal telefono della casa.
Mi ha detto che lei non voleva essere disturbato per questioni di routine.
Io avrei dovuto insistere.
Lo so.»
Non la lasciai completare le scuse.
Ero io ad aver detto, più volte, che ogni problema domestico doveva passare prima dalla governante.
Ricordai persino la frase usata con la mia segretaria: per favore, filtrate tutto ciò che non è urgente.
Da quel momento le urgenze dei miei figli erano diventate decisioni di qualcun altro.
«Hai annotato qualcosa?» le domandai.
Elena annuì.
Dal cassetto basso della cameretta estrasse un quaderno con la copertina azzurra.
C’erano date, orari approssimativi, parole brevi scritte in fretta: porta chiusa, Noè piange, chiave ritirata.
Accanto a una data aveva annotato che Nico aveva vomitato dopo un lungo pianto e che lei aveva insistito per controllarlo.
Non era un referto medico, e non dimostrava ogni minuto trascorso dietro la porta; era però il diario di qualcuno che aveva cercato di non dimenticare.
«Perché lo tenevi qui?»
«Margherita controllava la mia borsa quando uscivo.
Diceva che era per evitare che sparissero oggetti della casa.
Ho avuto paura che trovasse anche questo.»
Le chiesi di tenerlo con sé.
Decisi che avremmo consultato un pediatra quel giorno stesso e che la serratura non sarebbe più stata utilizzata.
Chiamai il manutentore che conosceva l’impianto della casa e gli chiesi di venire a rimuoverla, senza lasciare scoperta o danneggiata la porta.
Quando tornai nel salotto, Nico stava impilando i cubi sulle ginocchia di Elena.
Mi vide e fece cadere la torre.
Per un istante credetti che mi avrebbe accolto con un sorriso; invece tese la mano verso il corridoio e guardò la porta, come se volesse accertarsi che nessuno arrivasse.
Mi sedetti sul tappeto, senza avvicinarmi ancora.
Rimasi lì finché riprese a giocare.
Poco dopo entrai nell’ufficio di Margherita, con lei presente.
Cercavo la fattura del lavoro e le istruzioni consegnate all’artigiano.
Le trovai in una cartellina di manutenzione: il suo nome compariva nella richiesta, senza alcuna autorizzazione firmata da me.
Sotto quella cartellina c’era una busta sgualcita indirizzata a «Edoardo Valenti, personale».
Sul retro lessi il nome di Sofia Bellini, una delle prime tate dopo la morte di Chiara.
Margherita mi aveva detto che se n’era andata perché non sopportava la vita in campagna.
«Perché questa lettera è qui?» chiesi.
Margherita si mosse verso la scrivania.
Le impedii di prendere la busta.
L’aveva già aperta.
E, vedendo la prima riga, capii che qualcuno aveva cercato di avvertirmi molto prima di Elena.
Per sapere che cosa Sofia aveva tentato di raccontarmi, continua con la Parte 3.













