Non risposi al numero sconosciuto. Inviai la fotografia al dottor Serra e gli telefonai.
Mi disse di non trarre conclusioni e, soprattutto, di non confrontarmi con la mia famiglia su documenti di cui non conoscevo ancora provenienza e contesto. Fissammo un incontro per il pomeriggio nel suo studio, vicino a Porta Susa.
Per la prima volta dopo il funerale uscii di casa da sola per qualcosa che non riguardava certificati di morte, assicurazioni o condoglianze. Torino continuava a funzionare con una normalità quasi crudele. I tram erano pieni, i bar servivano pranzo, due ragazzi ridevano sotto un portico. Io camminavo con la cartellina nera stretta al petto e pensavo che tre settimane prima avrei mandato una foto di quella strada ad Andrea.
Serra aveva sessant’anni, una voce calma e l’abitudine di togliersi gli occhiali prima di dire qualcosa di spiacevole.
Esaminò l’immagine sul mio telefono.
«Questa sembra una disposizione interna, non un bonifico bancario. Dobbiamo trovare il documento corrispondente.»
«La firma è di Riccardo.»
«Probabilmente. Ma una firma non ci dice se conoscesse l’origine del denaro.»
Mi irritò che lo difendesse, poi capii che non lo stava facendo. Stava impedendo a me di trasformare il dolore in una sentenza.
Serra aprì una cartella digitale preparata da Andrea. Mio marito aveva iniziato a raccogliere informazioni undici mesi prima, quando una richiesta di mutuo ci era stata inizialmente respinta per una vecchia garanzia che risultava associata al mio codice fiscale. Io non ricordavo di aver mai garantito nulla.
Andrea aveva chiesto chiarimenti. Da lì aveva scoperto una delega bancaria risalente a molti anni prima e una serie di operazioni legate a Bellini Gestioni.
«Questa firma non è mia», dissi indicando la scansione.
Serra annuì. «È uno dei punti da verificare con un perito, se sarà necessario.»
La delega era stata utilizzata per aprire un rapporto finanziario intestato anche a me quando avevo ventidue anni. Il rapporto era stato chiuso anni dopo. Il saldo finale era confluito in un conto della società di mio padre.
Sentii nausea.
«Andrea aveva scoperto questo?»
«Aveva scoperto abbastanza da venire da me. Gli dissi che avrei parlato soltanto con te. Lui lo accettò. Poi…»
Non terminò la frase.
Poi Andrea era morto.
Serra mi mostrò un’altra cosa. Riva Food, la società di Riccardo, aveva due rapporti bancari dichiarati nei documenti ordinari e un terzo conto che appariva in alcune riconciliazioni interne di Bellini Gestioni. Non potevamo sapere perché senza accesso completo alla contabilità.
«L’accertamento fiscale potrebbe aver fatto emergere incongruenze tra i flussi», disse.
«E i miei genitori vogliono trentottomila euro per chiuderle.»
«Forse. Oppure per guadagnare tempo.»
Quella sera Riccardo venne a casa mia da solo.
Non lo feci entrare subito.
«Sono io che ti ho mandato la foto», disse.
Lo lasciai passare.
Sembrava diverso senza i nostri genitori ai lati. Più giovane, nonostante avesse trentacinque anni. Si sedette sul bordo del divano e tenne le mani unite.
«Papà mi ha fatto firmare quella disposizione. Disse che era un finanziamento infragruppo.»
«Novantamila euro.»
«Sì.»
«Non ti sei chiesto da dove arrivassero?»
«Noemi, il locale perdeva soldi. Avevo fornitori, personale, affitto. Papà diceva che avrebbe sistemato tutto.»
Mi venne da ridere, ma era una risata amara. «Certo.»
Riccardo mi guardò. «So cosa pensi di me.»
«Non credo che tu lo sappia.»
«Pensi che abbia avuto tutto.»
«Hai avuto molto.»
Abbassò gli occhi. «E forse è proprio il problema.»
Non era una confessione sufficiente a cancellare anni di favoritismi. Ma era la prima frase onesta che gli sentivo pronunciare da tempo.
Mi raccontò dell’accertamento. L’Agenzia delle Entrate aveva chiesto giustificativi per alcuni costi e movimenti. Il commercialista del ristorante aveva scoperto che una parte dei versamenti proveniva da un conto che Riccardo non conosceva. Mio padre gli aveva ordinato di non fare domande e di trovare liquidità.
«Per questo sono venuti da te.»
«Perché pensavano che avrei pagato.»
«Sì.»
«E tu sei venuto con loro.»
Riccardo non cercò una scusa. «Sì.»
Quella risposta semplice mi colpì più di una difesa.
Poi tirò fuori una chiavetta USB.
«Ho copiato quello che potevo dal computer dell’ufficio prima che papà cambiasse le password.»
Non la presi subito.
«Perché?»
«Perché dopo che siamo usciti da qui gli ho chiesto della quota di nonna. Mi ha detto di farmi gli affari miei. Poi mamma ha detto che, se tu avessi continuato, avrebbero fatto risultare che eri stata tu a gestire certe operazioni.»
Sentii il sangue gelarsi.
«Come potrebbero?»
Riccardo deglutì.
«Perché ci sono documenti con il tuo nome. Molti più di quelli che hai visto.»
Presi la chiavetta.
Prima di andarsene, mio fratello si fermò davanti alla fotografia di Elisa.
«Avrei dovuto esserci», disse.
Non risposi.
Non ero pronta a concedergli sollievo.
Sulla chiavetta c’erano anche cartelle apparentemente banali: turni del personale, preventivi per una nuova cucina, fotografie di fatture. Serra insistette perché non ignorassimo nulla. I documenti più innocui potevano stabilire chi avesse accesso a un computer, quando un file fosse stato creato o quale consulente avesse ricevuto una certa versione.
Trascorremmo ore a costruire una cronologia. In alcuni mesi i finanziamenti arrivavano pochi giorni prima di scadenze importanti del ristorante. In altri, somme simili rientravano a Bellini Gestioni con causali diverse. Non sembrava il piano perfetto di qualcuno che avesse previsto tutto. Sembrava piuttosto una serie di soluzioni temporanee diventate sistema.
Quella distinzione era importante. Mio padre non aveva bisogno di essere un genio criminale perché il danno fosse reale. Bastava che, ogni volta davanti a un problema, avesse deciso che il mio consenso era meno importante della sua necessità.
Riccardo mi confessò inoltre che il terzo conto era stato presentato come un conto tecnico. Non aveva le credenziali dirette; riceveva soltanto prospetti preparati dall’amministrazione di nostro padre. Quando il suo nuovo commercialista aveva chiesto gli estratti completi, erano cominciate le discussioni che avevano portato alla richiesta dei trentottomila euro.
Per la prima volta la visita dopo il funerale assumeva una logica precisa. Non avevano bisogno soltanto di denaro. Avevano bisogno che io continuassi a non fare domande.
Ma quella notte, quando aprii con Serra i file della chiavetta, capii che il problema non era più recuperare un’eredità sottratta.
Era dimostrare che qualcuno aveva usato la mia identità per anni.













