Tornai a casa con tre ore d’anticipo e trovai mia madre, sessantotto anni, inginocchiata a strofinare il pavimento del bagno.
Accanto a lei, i miei gemelli piangevano.
Quando l’aiutai ad alzarsi, vidi quattro lividi scuri, come impronte di dita, intorno al suo polso.
Mio marito mi avvertì subito:
«Daniela, non cominciare.»
Allora ricordai le ultime parole di mio padre:
«Se qualcuno farà del male a tua madre, apri lo scomparto nascosto nella sua macchina da cucire.»
Solo quel giorno cominciai a capire perché me lo avesse detto.
Ero stata a Milano per otto giorni, impegnata in una delle trattative commerciali più importanti della mia carriera.
Il treno per Bologna era arrivato prima del previsto.
Non avevo avvertito Marco.
Volevo sorprendere lui, Leo e Maia, i nostri gemelli.
Immaginavo i bambini corrermi incontro, una pizza e dei biscotti di Natale.
Ma appena entrai nella nostra porzione di villetta bifamiliare, capii che qualcosa non andava.
Piatti sporchi sul tavolino.
Scarpe abbandonate nel corridoio.
Una bottiglia di birra mezza vuota vicino al divano.
Poi sentii Maia piangere di nuovo e seguii quel suono.
«Mamma?»
Elena sollevò il viso da accanto al water.
Era spaventata.
«Daniela? Sei già qui?»
«Che cosa stai facendo?»
Tentò di alzarsi, ma una fitta la costrinse a fermarsi.
Mi precipitai accanto a lei.
«Aspetta, ti aiuto.»
«Sto bene.»
«No, mamma. Non stai bene.»
Teneva ancora in mano uno spazzolone.
Soffriva di artrite e faticava ad aprire un barattolo.
Eppure qualcuno l’aveva messa a pulire il nostro bagno.
«Perché lo fai?»
«Patrizia voleva che fosse tutto in ordine prima di Natale.»
«Patrizia?»
Solo allora notai una macchia scura sotto l’occhio di mia madre.
«E questo?»
Elena si sfiorò subito la guancia.
«Sono scivolata.»
Non riusciva a guardarmi.
Il suo silenzio mi spaventò più del livido.
Dal soggiorno arrivarono delle risate.
Marco era sul divano davanti alla televisione.
Sua madre Patrizia sedeva poco distante, comoda, mentre i piatti sporchi occupavano il tavolino.
Marco mi vide e si irrigidì.
Sembrava allarmato.
«Sei tornata così presto?»
«A quanto pare.»
Patrizia indicò il corridoio.
«Bene. Di’ a Elena che ha ancora molto da fare. Le camicie di Marco vanno stirate per Natale.»
La fissai, aspettando una risata che non arrivò.
«Mia madre è venuta per occuparsi dei miei figli.»
Patrizia scrollò le spalle.
«E intanto sta qui senza pagare l’affitto.»
«Non abita qui.»
«Però usa acqua e corrente.»
Prima di partire Marco mi aveva promesso che avrebbe chiamato un’impresa di pulizie, così Elena avrebbe potuto dedicarsi soltanto ai piccoli.
Evidentemente aveva fatto una scelta diversa.
Tornai nel bagno.
«Mamma, ce ne andiamo.»
«Daniela, ti prego.»
Le porsi la mano.
Quando la aiutai ad alzarsi, la manica scivolò verso il gomito e vidi meglio il polso.
Quattro segni distinti, stretti intorno alla pelle sottile.
«Chi ti ha afferrata?»
«Nessuno.»
«Mamma.»
Si tirò giù la manica.
Alle mie spalle sentii Marco.
«Non cominciare.»
Mi voltai.
Era fermo sulla soglia.
Non avevo ancora accusato nessuno.
«Perché mi dici di non cominciare?»
«Perché ti conosco.»
«Davvero?»
Guardai i gemelli, poi Elena.
«Prendete quello che vi serve. Usciamo.»
Marco fece una risata breve.
«Dove pensi di andare?»
«In un posto più tranquillo.»
«Con tua madre?»
«E con i bambini.»
Smise di sorridere.
«I gemelli restano qui.»
«No.»
Occupò la porta, sfruttando la sua stazza per intimidirmi.
«Non porterai via i miei figli per uno dei tuoi capricci. Sparisci per lavoro e torni credendo di comandare.»
«Sono stata via otto giorni.»
«Otto, questa volta», intervenne Patrizia.
Poi aggiunse, con voce dolce:
«Se ci fosse una causa per l’affidamento, il tuo calendario lavorativo sarebbe molto interessante.»
Era una minaccia preparata.
«Domani sentirai il mio avvocato», disse Marco.
Indicò Elena.
«E non contare sulla testimonianza di tua madre.»
Patrizia sorrise appena.
«Ultimamente non sembra proprio stabile.»
La rabbia mi lasciò all’improvviso.
Compresi che volevano farmi perdere il controllo davanti ai bambini.
Sette mesi prima, tre giorni prima di morire, mio padre mi aveva raccomandato esattamente il contrario.
Dal letto dell’ospedale mi aveva stretto le dita.
«Proteggi Elena. Se qualcuno la ferisce, non perdere tempo a litigare. Nella sua vecchia macchina da cucire c’è uno scomparto che nessuno conosce.»
«Che cosa ci hai messo, papà?»
«Quando servirà, capirai.»
Dopo il funerale non avevo trovato il coraggio di toccarla.
Adesso, invece, sapevo di doverlo fare.
Tirai fuori il telefono.
Marco alzò gli occhi al cielo.
«Chiami l’avvocato?»
«Non ancora.»
Revocai alcuni accessi amministrativi ai servizi domestici e a conti di mia esclusiva titolarità.
Sul cellulare di Marco arrivarono subito le notifiche.
«Che cosa hai fatto?»
«Ho ripreso a gestire ciò che è intestato a me.»
Presi la borsa di Elena.
Maia mi afferrò la mano; Leo andò con sua nonna.
Uscimmo.
Marco ci seguì sul vialetto, gridando il mio nome.
La mia automobile era parcheggiata a sinistra.
Io svoltai a destra, verso l’altra metà della bifamiliare.
Da tre anni Marco credeva che quella casa fosse vuota, bloccata da una controversia bancaria.
Le persiane erano sempre chiuse e il giardino volutamente trascurato.
Patrizia aveva perfino appeso un cartello di divieto d’accesso.
«Daniela, quella casa è della banca!»
«No.»
Appoggiai il pollice sul lettore elettronico.
Una luce lampeggiò e la serratura scattò.
Si accesero le lampade; dai termosifoni arrivava un tepore leggero.
La casa era pulita e arredata.
Elena mi fissò.
«Lo sapevi?»
Annuii.
Marco salì due gradini.
«Come fai ad aprirla? Di chi è?»
«Era di papà. L’ha comprata tre anni fa tramite un trust familiare.»
«E non me l’hai detto?»
«Me l’ha chiesto lui. Non sapevo il motivo.»
Ma Patrizia non ci ascoltava più.
Guardava oltre le nostre spalle, verso la porta che conduceva alla cantina.
Il suo viso era diventato pallidissimo.
Indietreggiò e sussurrò:
«Quella porta doveva restare chiusa.»
Mi voltai lentamente.
«Come fai a sapere qualcosa di quella porta?»
Elena mi strinse la mano con una forza sorprendente.
«Daniela», mormorò, «ci serve la macchina da cucire che tuo padre aveva modificato. Adesso.»
Per scoprire che cosa temeva Patrizia dietro quella porta, continua con la Parte 2.













